Home

Biografia

Poesia

Saggistica

Inediti

 

 

 

 

 

 

ALTRI ITINERARI POSSIBILI

 

I miei amici, tanti, ormai spariti 
passati giù attraverso il cortiletto 
come passa una poesia sussurrata 
quando il corpo giace 
addormentato dalla febbre...
 
sommessa accompagnava 
lo sbalzo della fiammella 
e non era la voce del riposo, il ripensamento 
ad un ritorno sul fronte. Fuori, le occasioni 
del primo sgranarsi di pioggerellina 
e mi accontentavo di sentire in sottofondo 
la chitarra vecchia di melodie. 
C’è una spiaggia che s’allarga 
fra i colori della bandana, chiude il mare 
quasi fosse un tappeto dentro l’arena 
non nel caldo d’un pomeriggio sivigliano 
ma alle marine non arrivano le voci del sonno, 
le aritmie che soggiogano, la sera, 
le inflessioni del pensiero 
dovunque si rotea lo sguardo. 
A camminare, stasera, si fatica 
inconsueta notte di partenza. 


(Roma, 03 dicembre 2002) 

 

* * * * *

 

Il segnalibro a pagina trenta bloccato 
momentaneamente su quel posto 
che le agenzie di viaggio vendevano 
tutto completo per 1848 euro 
undici giorni/dieci notti come da programma, 
riaccendeva la fantasia 
legata alla figura degli gnomi, esseri buoni/cattivi 
a seconda dell’umore del padre. 
La cartomante rideva ma non diceva 
se l’inverno sarebbe stato inclemente 
mentre la bufera spazzava le palpebre socchiuse 
come le finestre che incarceravano lo sguardo 
alla luna, nei palazzoni smogati di fine ottocento. 
Al parco, la mattina –era quasi fine novembre-, 
la gelata si rompeva al fischio del treno, 
il seme dell’arancia si moltiplicava all’infinito 
in un numero diverso dagli innumerevoli zero. 

(04 dicembre 2003) 

 

* * * * *

 

Non ti scrivo per assommare alle mie parole 
il tuo silenzio che fa del viso 
attraverso l’ultimo buio del pensiero 
foglie d’acanto o accanto al porfido della piazza 
sul sedile di fronte al porto 

al mare aperto che 
allontana le voci della scolaresca 
e di notte raccoglie le voci dei pescatori 
sospinte dall’onda 


scheggia l’ultimo spigolo vicino al piedistallo 
che porta in cima un mezzobusto di bronzo. 
Il sole a volte mi diventa un passante 
uno dei tanti stranieri che su questa terra d’isola 
assecondano le stagioni, il continuo letargo 
del niente, del tutto, del calendario su cui 
trasferire/segnare d’altro ancora 
ciò che in ogni luogo dell’occhio 
viene catturato dall’alibi del tempo fascinoso. 
Ma della tua voce resta solo, dopo tre squilli, 
“siamo momentaneamente assenti…” 

(13 gennaio 2003) 

 

* * * * *

 

Il racconto cominciava dai paesaggi autunnali 
coll’andirivieni classico di quelli che ripongono 
sogni/speranze/illusioni nelle briciole di sole 
che scompongono ad ogni ora del giorno 
le vetrate in arcobaleni. E poi anche sorgeva 
l’invadenza smemorata di chissà quale vacanza 
guardando fuori dal cono di luce filtrata 
e schiacciata lunga come un rettilineo 
d’autostrada sul comodino dove 
il ritratto di famiglia toglieva spazio all’aria. 
Era come se fosse un nuovo racconto ancora 
un resoconto quando non si aspetta più la storia 
o nell’inconfondibile design della poltrona, 
scivolano gli elisir di un ritorno 
alla febbre di un posto. 


(18 gennaio 2003) 

 

* * * * *

 

Calava la luna 
ma era soltanto lo spunto per addomesticare 
ancor di più - o forse no? - 
la trascrizione del dettato 
negli alfabeti infantili della palla 
che nel frastuono, a quanto pare, 
le concomitanze del vento/sole 
avevano straripato a rastrello nella discesa 
che declinava al porto il canto della neve. 
Attraversando per piazza del Plebiscito 
risuonavano le voci del mare 
dalle fondamenta a proteggere la leggenda 
lo stesso nome/forma/credenza. 
Alimentare nello sporgersi un quasi ritorno 
trattenendo nuovi petali catturati alla luce 
sottratti al gelo dove nasce il gorgo 
s’incunea il lichene e affronta la sferzata 
inquieta/incantevole/incatenata 
e sul resto s’affaccia inglobato ad ammaliare 
senza sapere mina inesplosa/scheggiata 
nel labirinto delle spirali del serpente 
o nella geometria della forma 
Mandala Cosmico di punti fermi dell’anno. 
La freccia indicava l’itinerario all’ingresso 
di fianco alla planimetria e poi il senso 
del cammino, le feritoie e poi di nuovo 
come accade, un’altra storia di leggenda 
corpo arenato di musa. 

(Napoli, Castel dell’Ovo, 01 febbraio 2003) 

 

* * * * *

 

La movida di navi disperde d’improvviso 
sorvolando il porto la fresca brezza 
che accompagna il viaggio, distende 
su altri naufragi limitati da bussole 
e caccia di stelle sull’angolo/inclinazione 
[del sestante 
antiche rotte di velieri, sbuffi di nuovi continenti 
nuove parti di terre/uomini/donne 
a futura storia. Da lontano albeggia 
un barlume, non luce, appena scia 
striata macchia d’azzurro che s’incunea 
fin dentro -e anche oltre- una porta di casa. 
Che chiedere all’urlo della ruota 
alla pista dove s’avventa e frena 
inghiottito dal mare il McDonnell-Douglas? 
Il silenzio 
come indice assoluto del quotidiano sparo 
dell’esplosione assordante, lontana ma distinta, 
lo stridere dei cingoli, l’arresto del passo, 
dello scritto sulla sabbia 
rosso non d’inchiostro. 

(Genova, 05 aprile 2003) 

 

* * * * *

 

Non c’è respiro questa sera che t’ho trovata 
nell’alito di vento che affresca il corso 
-mi pare fosse nel quartiere del Prione 
che svaghito il sole scheggiava spigoli- 
e non è un miracolo che alla folla sparsa 
non sfugga alcun contorno alle parole 
agli accenti maturati anche con lo sguardo 
raffinati come il vuoto d’aria che abbraccia l’aereo 
o come la sintassi che le cose costruiscono 
sotto i portici a margine dei tetti a volta 
magari quasi riesumando un vecchio testo a fronte. 
Da Dino il contorno alla parete 

lievemente annerito affogava il quadro 
colorato e saggiato dagli aromi del branzino. 

Quasi le tre, quasi deserto… 

“Da qui a cent’anni saremo tutti quanti morti…” 

presumibilmente anche le verticali raffiche d’acqua 
che limano la scultura 
e l’inciso a piè pagina dalla grafia incerta. 
 

La mostra dei sigilli chiudeva alle diciotto. 

(La Spezia, 06 aprile 2003) 

 

* * * * *

 

L’altopiano è a due passi da qui 
o almeno così hanno finora fatto credere 
ma i passi sono più di due, lunghi, 
che si estendono nel distacco dal gancio 
del quesito posto all’ultimo respiro 
senza te che costituisci/costruisci 
la struttura portante, l’alchimia, 
il limite/sogno che si frantuma 
sanguinolento all’aprire dell’occhio. 
Pioviggina sadico ma restiamo accodati 
nel piazzale; dentro, le stanze e ciascuna 
ha il suo segreto che la guida nasconde, 
ancora, e ancora di più il gioco intriga 
nel grande parco, attorniato
dal sole, 
e di nuovo oltre la Gloriette ritrovare 
ciò che il labirinto soggiogava. Tutto segnato 
nell’immenso spazio 
delimitato dall’aria ed a volte oscuro 
come i geroglifici dell’obelisco. 
 

JOSEPHO II. 
ET 
MARIATHERESA 
AA: 
REGNANT: 
ERECT : 
MDCCLXXVII. 

 

Così era stagliato più forte il segno della storia. 

 

(Vienna, Parco di Schonbrunn, 15 agosto 2003) 

 

* * * * *

 

Tempo di andare, di ritornare a livellare 
e riprendere l’odore dello smog, con calma 
pensare e riparlare di cose bisunte 

-oggi diciassette di agosto si scivola lenti 
costeggiando altri tetti, sparsi, poggiati 
lievi con l’angolo a incidere la collina; 
si vede e si staglia 
più in alto ancora della fantasia 
la Donauturm nella tarda mattinata. 
Mi chiedi “a che velocità sta girando?” 
“Non so, ma mi sembra che…”- 

ma nessun posto è mai sicuro 
come quello che giace in fondo al mattone, 
dentro la casa del possibile, del probabile 
sulle ali dell’ultimo vento della sera aperta 
al ritorno da Grinzing. 

(Vienna, Stazione di Schottentor, 17 agosto 2003) 

 

* * * * *

 

Il vuoto -a tarda sera il vento spazza Ponte Vecchio- 
s’assimila alla voce della memoria 
“Mio Maestro e Mio Signore dimmi…” 
quando il paesaggio cambia aspetto e scioglie nello specchio 
l’arcobaleno delle luci, lo scivolone dell’acqua 
che scava le arcate, registra i passi e imprigiona 
i sospiri. Poi, il panorama ridisegnato 
dal colore ancora non certo dell’autunno e, 
oltre Porta Romana, il sigillo 
che apre nuove spaziosità. 
“Tu sei…”
 
Ma cosa? 
Ora passa tutto, cambia la clessidra e dissipa, 
ma anche divelle, le foglie che s’appisolano in attesa. 
Ti rubo l’ultimo sogno stagnante nei gioielli, 
carpito lo sguardo nel quadro, nella prospettiva 
che gioca nel reclinare o nell’ostentare un dito. 
Nel grande libro dove imprimi il passaggio 
o nella roulette, dove si spezza la parola del croupier. 

(Firenze, Villa Carlotta, 15/16 ottobre 2003) 

 

* * * * *

La rosa, vulnerabile era sulla traccia del magma 
nell’odore della sua anima 
nella materia sfusa, quasi fusa 
che allo specchio rifletteva di rosso. 
Se c’è un passato rinato 
reimmerge le radici nel tempo 
va indietro nel passaggio aperto/tracciato 
sull’orma sciata, morbida e bianca della neve. 
E dalla mia generazione 
esce dalla stanza del curioso 
dalle complesse masse dei faraglioni 
ciò che di sperato sferraglia 
la lussuria cadenzata dai primi dell’anno. 
Anche sul viale le foglie gialle del castagno 
scolpivano la vita come se da un fatto altrui 
discendesse una stirpe di personali genealogie. 

(Acireale, 01 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Enzo e gli altri ricordavano l’originalità, 
la pennellata, la lucida/insana apocalisse 
del martellante colore 
e il passo notturno nella mente sveglia 
insensatamente felpata, l’inverno compiuto 
nella setola del grido naif. 
Nel nome sussurrato stava la preghiera 
di definito o definitivo senso. 
Ma forse l’incantesimo 
non era più un marchingegno perfetto 
giostrava sulla prensile parola della gestualità 
sul tarlo 
fissato nelle microfotografie della prospettiva. 
Il freddo aveva maturato il vino, 
velato l’orizzonte, solcato i campi, 
ritagliato i fumi dal sogno. 
Tutto ciò che abbiamo perso stava irrigidito 
nell’ombra di un angolo, 
sulla corda tesa del pendolo 
fermo come ferma era la pagina. 

(Catania, 03 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Il grande esodo, la traversata, 
le lingue di fuoco altre volte incrociate 
in una mano lette le linee della vita, 
della morte in una furia che sventrava tutto, 
il mondo quasi rotto. In ginocchio il rantolo, 
gli intrecci degli sguardi leggeri 
tra noi insicuri e in sottofondo 
col registro dolce, accattivante 
“Ich Ruf Zu Dir, Herr Jesu Christ“. 
L’armonia pensosa del cuore come un patto 
segreto incedere del passo 
del linguaggio del mare. 

“Eppure tienilo con te senza riserva 
ciò che dell’impronta delimita la foresta 
l’incomunicabile sapore dell’incenso 
che dalla mia alla tua vita transita l’anima”. 

Era sera, prima della notte, 
quando vennero a bussare, 
a trovarci amici lignei 
che più non sapevano ridere. 

(Viagrande, 04 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Appianare in così breve tragitto le storture 
cogliere fra le messi il disavanzo che il temporale 
non ha colmato diradando la mappa dei desideri 
e aspettare che dall’altro estremo 
il camminamento della luce 
non fosse più dirottato in nuovi campi. 
La città sembrava tutta un formicolio 
scrutata, appesantita da un volume di contatti, 
di rapidi fermenti, di profondi dirottamenti. 
E pur volendo ricreare/ricercare un quid 
nel diritto di replica oppure nei mutamenti 
sentenziati sulla carta, non sarebbero bastate 
le mille libere interpretazioni 
basate su un canovaccio anche se colorate 
come le vetrine a Natale. 
La voce al telefono elencava proposte 
di risparmi/costi in misure centesimali 
attraverso opzioni particolari. 

(08 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Sono in edizione numerata, gli amici, 
immense colonie di globuli rossi 
coltivate per soffio di carovane di affinità, 
nella quasi tentazione di scardinare 
fantasiose creature classificate 
all’interno delle bolle inesplose 
nell’atmosfera e nel ritmo del carnevale. 
Così ristabilendo distanze ed equilibri 
incommensurabili ed incerte misure dell’animo, 
guardare ed imparare a scrutare 
ben al di là del visibile che impera fuori dall’uscio 
oltre lo spasimo della legge che regola 
il moto perpetuo. Da un punto di partenza 
quello che l’inquietudine ricrea, sovente, 
si trasforma, addosso ai vicoli, 
in un ritorno ad un unico punto di arrivo, 
immobile, estremo, un chiodo conficcato 
fermo nella fragile attesa di tracce. 
Oppure dimenticare che nulla è il vuoto 
e che quello che ci lega è un filo 
costante nel suo avvilupparsi o nel dipanarsi 
nei dialoghi intessuti a distanza 
in finte dimore. 

“Always we’d have the new friend meet the old”; 

vorremmo sempre che i nuovi amici incontrassero i vecchi 
magari per un fuggitivo aperitivo al bar, 
all’angolo 
dove s’incamiciano le ombre ai lampioni, 
dentro la prima pioggia di ottobre, alla marina, 
sull’onda lunga che sbriciola la spiaggia. 

(9/10 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Nel fermento 
imparando/impastando le reliquie del disamore 
quando non si trovavano più le vie maestre 
pur mostrando le indicazioni per/da dove, 
rappresentare la formula dell’equazione 
accarezzare/edificare il plastico del progetto, 
era tracimare il flusso del pensiero 
ricomporre il giocattolo per la stanza 
sotto la guida del calore del caminetto. 
Dal nero, dalla pianta di papavero, 
dall’oscillazione del rotore 
tutte le similitudini giganteggiavano 
guardando ramificarsi, piano piano, 
l’aculeo del riccio 
cogliere nel segreto lume del dolore 
ciò che di innovato proveniva dall’orizzonte 
dalla scarica del lampo sull’isola dirimpetto. 

(13 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

La perizia avrebbe potuto stabilire 
che a scrivere erano state penne diverse 
ma della stessa marca e con caratteristiche simili. 
Forse, anche, la stessa mano. 
Ma se poi, invece… 
L’enigma, il diametralmente opposto, 
saggiato come il terreno, misurato nel tranello 
congegnato tra le caselle di una scacchiera, 
inverte la rotta fluttuando in un ritorno 
quasi alle origini del dilemma. 
 

Non guardarmi in quest’aria campestre 
così ostile, generata tra il verde e i fumi, 
nel saluto della mano nodosa tesa dal finestrino. 
In corsa, solo il treno inventa paesaggi 
città/panorami/avventura, 
il giallo dell’Orient Express. 

(14 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Più volte, nel fondamento del suo stesso dubbio, 
nelle pastoie tecniche del tourbillon, 
verso la meta indicata in carte segrete, 
l’inappellabile devozione al legame d’epoca 
traghettava da possibili madri 
il deliberato libero sguardo 
finalmente non registrato 
al check in, da clandestino. 

Con la carezza d’acqua del vento 
mi capita ancora di ripensarti assorta, 
assisa a guardare il sogno 
per tramandato amore, gli occhi spiegati a volo 
oltre la curvatura della linea dell’occhio. 

Al segno della pace -distratto, 
con la mano avvinta all’altra mano 
e la voce appannata di sensazioni furtive- 
sorprese il gesto disincantato del distacco 
l’ancora che sul fondo non uncinava 
la stabilità fra solitudine e fede. 

(15 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Abbi cura di te…. Dava forma 
a quel giovanile spazio ristretto 
quando ad una raccomandazione del genere 
seguiva un richiamo a rincorrere un oggetto 
al centro della piazza, a disarticolare 
i movimenti della voce avendo in mente 
di tergiversare, dopo, sul tema principale 
della discordia sorta per un ammiccamento 
o della motivazione di certe cose. 
Una cosa è crescere denudando 
i corrugamenti del viottolo 
con l’incidenza dell’età 
un’altra cosa è giungere al livellamento 
al levigamento dopo temporali/tempeste/alluvioni, 
serate/anni inceneriti a nutrire il camino. 
Dal comignolo, la faccia del terremoto, 
l’impronta, la genesi che più non traduce... 

(16 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Era nell’aria il cambiamento 
la virata giunti all’ultima boa 
al risveglio precoce dal sonno. I precedenti, 
riesumando statistiche, non promettevano. 
Meglio chiudere con la dedica sul frontespizio 
il pensiero opportuno gridarlo, sottoscriverlo 
assecondando la filigrana del foglio. 

Il passante non sa, in Via dei Mille, 
se il giocoliere alterna arance e biglie 
al dolore e alla sostanza, ma vede solo 
il bianco ritratto del clown, la recitazione, 
la verità sbiadita/spolpata/segmentata. 
A fianco strusciano le squame, 
l’energia, il visibile della natura invisibile. 

(Messina, 15/18 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Tramonti vezzosi, i tatuaggi impressi 
vividi nello spasmo del muscolo 
tesi nel tentativo del commiato 
palpebre già smosse. La lunga fila 
in attesa, all’ingresso, e il vento 
richiamano confidenze/acrobazie di padri. 
Il silenzio -il guaito di Chico attenziona 
gli sconosciuti luoghi, attende, guardiano, 
ai fantasmi dell’ora sorda- staziona 
e scandisce il ritmo ai vecchi. 

“Qual è il ricordo di bimbo che ti porti dentro?” 

Ciò che non fu impenetrabile o il salto del fosso 
un anno passato solcando/sollevando quesiti 
nello spiazzo dell’imprevedibile. “A tavola, 
il segno della croce” per quella quotidiana fatica 
dovuta ad altri ma raccolta col dolore 
di altri ancora, accarezzata in nessun altro tempo 
gocciata di sangue ad ogni calar del sole. 

(18 gennaio 2004) 

 

OGNI COSA A SUO TEMPO
 

"Ho sempre scritto di memorie 
di tutto ciò che effettivamente mi appartiene 
del ritratto e dell’immaginazione 
dell’ordinario concettuale che spesso 
non incarnava il progetto originario…” 
Prendiamo, per esempio, le mani recalcitranti 
ad affrontare alcuni grandi studi di Chopin 
giocherellando alternativamente 
sui tasti nero/bianco 
a volte raffreddando anche il nucleo della melodia 
con un fascio di disincanto, o il cimento, 
sottotono, in quello che il filtro disarticolato 
dell’evoluzione meccanicistica donava 
dalla lettura di poesie dadà alla luce 
che nasceva dalla conversazione. 
In copertina aleggiava 
Parade amoureuse (Picabia, Chicago 1917) 
con il desiderio lampante rimasto escluso 
da ogni navigazione o apparente similitudine. 

(19 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Di nuovo il presepe da ricostruire 
e un Natale da reinventare salmodiando 
rileggere nella partitura di un gospel 
l’intonazione, la vocalità, la sinuosità del ritmo 
e poche domande superstiti, a mille, 
da millenni…
.
Lo sai 
che ti si vede sul viso l’afflizione, il patema, 
la conquista dell’intransigenza sfoderata 
come il tagliacarte che riga il tavolo. 
La legna arde e solleva fuliggini, sinuose; 
ai quattro canti della casa resta il trauma 
l’alone che abita gli intercapedini 
la spazialità dove non aspetti più 
all’imbrunire, la scelta del giusto/falso fiore 
la direzione della rotaia. 
Le caldarroste, i fichi secchi, il vino 
i turni di guardia ad un luogo… 

(21 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

E quindi, una mattina di tardo autunno 
facendo finta di niente 
acclarando che le cose andavano 
così per come dovevano andare, si decise. 
In buona sostanza si disse, 
si sentenziò che si trattava di un sottile gioco 
delle parti, una puntata al rialzo, un massacro. 
Il postino, durante il suo giro, 
aveva tentato il recapito degli inviti, 
direzionati/smistati anche nei recessi 
più isolati…
.
Qui l’alba spumeggiava 
un volante bidirezionale di fragranze 
lanciate oltre ciò, lieve bisbiglio, 
che proteggeva una terra incantata. Si chiuse 
banalmente l’appello, i nominativi 
che destavano meraviglia e il racconto, 
l’intrecciarsi parallelo di concomitanze, 
le chiavi nella toppa. E dalla pergamena 
l’estrazione del designato, il distinto, 
il primo/l’ultimo, quello che, a conti fatti, 
avrebbe dovuto… 

(24 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

“Nadie puede decir qué es un ombre” 
(Nicanor Parra)

 

Nessuno può dire cos’è un uomo 
con linguaggio appropriato 
né col pungolo dell’ironia 
tratteggiare il carattere 
sondare l’imperscrutabilità 
con doviziosi strumenti 
centellinando dalla globalità 
elementi di analisi forbita…
mentre le forbici 
recidono dal riso della materia lembi, 
cumuli stratificati, in tensione, di quotidianità. 
Ma non dirlo, all’apice della febbre 
che inonda la camera, nello stordimento 
che assale nei paraggi della linea di confine 
sottile demarcazione basculante tra ieri/oggi; 
il tornio che riforma la storia dell’idea 
nell’oggetto. Domani pioverà intessendo 
lanugine di foschia sul faro 
a intermittenza. Il portale incrinato 
evidenziava la discontinuità, minava, 
da quella fenditura, l’assioma, 
la regolarità della legge. 

(25 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Per luoghi dove l’aratro 
ha già tracciato il solco 
e maturate le sementi, elemento compiuto, 
addottrinato, o per luoghi dove s’è già stati 
in un intreccio ramificato di vicoli 
qui si assecondano le dediche 
si rileggono le storie…

Come tutti -“il temporale si avvicina, lo senti”- 
a volo raso, migrazioni, mosse/brusio 
l’incedere estremo in fila indiana. 
Sottocosta non un alito di vento, la passione, 
il solo rumore delle catene, gli occhi dei convitati. 
“Ci siamo sbagliati/mancati di poco; 
vi abbiamo visti andar via mentre arrivavamo…” 

(26 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

“È difficile vivere come è difficile morire 
ma esiste un occhio semplice sulle cose spesso inascoltato” 

(Piero Bigongiari, “Nel delta del poema”) 
 


Ci si disse “buona notte” 
ma non era come un licenziarti 
una frammentazione inarticolata all’introduzione delle ore 
alle abitudini del sorriso invernale a nuove latitudini, 
voleva solo significare “stammi bene” 
accendere la luce dentro ed individuare 
tra le smorte trasparenze l’azzurro del lago. 
“A volte non penso -dicesti sublimando il cenno- 
ma a volte mi ricredo accertando la data 
del giusto compleanno, disegnando 
il tracciato del ritorno…”,
ma non era certo 
l’esatta dimensione del ritratto. L’icona russa, 
“Madonna delle tre mani”
, titolava la targhetta sul retro, 
scansionava del sentimento l’impossibile diversità 
ciò che fu detto e compiuto 
e certo non era più ben poca cosa 
leggere nel poema della strada, riverniciare di verde 
la notizia o ricercare in questo o in qualsivoglia 
altro luogo i parallelismi afasici. In fondo, 
la costruzione che ci siamo fatti, che ci attende, 
contiene labirinti, nessuna e tutte le forme 
del viandante, inesorabile, che s’agita. 

(27 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Laltro orologio è incatenato alle 12,04 
e chissà di quale oscura/abbagliante giornata 
avrà sigillato gli attimi come una madre 
imprime nel datario dell’anima una nascita. 
Tu credi di saperlo…

adesso, mentre volteggiano 
immense distese di vuoto e la vita cambia, 
tutto innesta marce diverse, sguardo/saluto/pianto, 
in un percorso dagli andamenti aritmici. 
E questo duetto non conserva alcun sapore 
non spalanca scenari nuovi -il pacco, 
confezione regalo, contiene un pensiero, 
un adagio che ricolma distanze, ripiana 
dei nomi le asperità, il distorcimento- 
nemmeno il vento di tramontana che intirizzisce 
o la grandine penetrata superflua a tarda sera. 
“Da ragazza ho sognato per due volte 
di volare su Pegaso…”, 
immaginazione e sacralità 
nelle minuzie del rimasto, anche non conoscendo 
la storia/l’origine/il destino 
ma consumando oltre la costellazione 
nella betlemme dell’oggi 
ciò che in noi è assenza di macchina. 
Da domani il moto dell’orologio 
-le lancette fissano sempre il medesimo istante- 
avrà motivi in più per non dilapidare 
la motrice di quiete acquattata nel tuo nome. 

(28 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Recando la notizia giunse considerando 
alcune opportunità che il ragionamento 
aveva baluginate con rigore, attenta classificazione, 
rituale filosofia degli elementi. Entrando nello stadio, 
nell’anello di congiunzione al clamore, lasciato 
nella nube incerta di aprile, il sillabario, 
tutti gli elementi per far funzionare il sistema, 
muovere l’ingranaggio…
,
l’itinerario appariva 
un contenitore inghiottito nel vortice della marea. 
Così, per qualche oscuro presagio emanato dai simboli 
senza rimasta ricordanza nei secoli, falò 
nella giuntura del capodanno, sulla spiaggia. 
Ma non vanno più i miti all’atto del traghettamento 
di qua e di là dell’antico Stretto, segnati da tracce, 
partenze/transizioni. Dal paese stanato dalla difensiva 
era permesso pensare che tutto passasse dalla numerologia, 
seppur immutato fosse il significato. “Lo sapevi 
che il dieci è il numero del cosmo, 
il numero perfetto, il ritorno all’unità?”. 
Già, ma ogni mattina il tragitto trafiggeva 
di là dagli alberi, accompagnava il ritmare dei tamburi, 
oltre il fiume transitava il miraggio 
appariva la corte dei miracoli. 

(29 gennaio 2004) 

 

* * * * *

 

Certo che così non può andare! 
starsene seduti ad aspettare e poi tutto un frettolio 
un concatenamento di monosillabi incespicati 
quasi di fame che non distingue il cibo 
l’altalenanza degli accenti. La nave 
leva gli ormeggi, colma le misure 
con la scia dell’elica e ci guarda da lassù, 
il nostromo”.
Sa di essere l’unico 
che dalla partenza ritrova i fili del mondo 
riannoda miglia e miglia e ancora. 
“Fatto buon viaggio…”. Nel telegramma dall’altro emisfero 
la sensazione che l’oroscopo giri la ruota, rivolti. 
“Solo attendere. Ogni cosa a suo tempo”. 
E tutto, poi, ha un tempo. Lo riconosci dal taglio, 
dal canto celeste, dal vento che scompiglia i capelli, 
scompagina nella nemesi del tango, il movimento, 
il significato della pelle scheggiata. 

(05 febbraio 2004) 

 

* * * * *

 

“Non poteva dire che gli dèi sarebbero ritornati 
nelle montagne e nei paesi spopolati, 
perché non l’avrebbero capìto”. 

(Carlo Sgorlon, “Gli dèi torneranno”) 


Di un altro aprile si parlava, che diventava fuoco, 
inventava l’ascesa della ragione, circuiva la pellicola del giorno 
nelle inflessioni dei canti, nel mistero della campagna. 
Sai, era guardando le iscrizioni che non ci si ricordava 
del professore di matematica, si filtravano a caso 
episodi e frammenti di congiunzioni, si dilatava 
l’aspetto di noi negli anni, il volto, le mani, 
le labbra…”.
Ora, in altri circondari 
si è stati con le aggiunte e le perdite 
che vanno e tornano dalla terra ove è tutto seminato 
il mercoledì delle ceneri. 
Qui intorno nessuno l’avrebbe mai detto 
che saremmo ritornati 
a rimondare il tragitto addormentato. 

(04/06 febbraio 2004) 

 

* * * * *

 

Li trucidarono alla marina ma chi capiva, 
alla mia età, dalla narrazione, 
se fossero tedeschi, alleati o altri, 
sfollati, pezzenti o mariuoli. 
Ma fissate nell’anima delle pupille 
le storie di quei mesi di transizione 
non erano semplici negativi di foto, 
erano, come ti dissi sere fa al telefono, 
“ombre che veleggiavano sull’acqua, 
navigavano sul vento della storia immutabile.” 

(16 febbraio 2004) 

 

SESTIERE 
-Diario di un quasi diario- 
(Venezia, 20/25 febbraio 2004) 

 

“Per Veniesia si può andar, 
et vassi, a due modi: 
a piedi per terra, et in barcha”. 

(Marino Sanudo, “La Città di Venezia”) 


I 

“Non ti pare strana la giornata che sorge 
con questo sole, incalza gli oggetti e gli occhi 
dove ieri albergava la nebbia e a malapena 
si individuava l’isola di San Michele?”. 
Ma lo stesso l’aria sferza il viso, noncurante, 
e nella lieve/indecisa ombra del leone, 
aleggia il colombo, riecheggiano le note della sera prima, 
le simili immote fisionomie scolpite nella bauta. 
Il maestro scrutava oltre la pagina della sonata 
lo scivolio della seta, il vestito della dama del settecento, 
tutt’intorno alla regola della settimana grassa 
e non pensava al preludio, a tarda notte, della quaresima. 
Non era tempo dello sposalizio, ma solo voglia 
di lasciarsi guardare. Dalla foto era come se 
si udissero distintamente le note di Honky tonky train blues, 
come se si assaporasse il gusto della neve 
leggera, tenera, scomposta, 
sgambettare la tenue luce all’incrocio delle calli. 
Nell’intermezzo del thè, poco dopo le cinque, 
rileggevo i versi di Joyce: 
“The old piano plays an air, 
Sedate and slow and gay…”,
e poi il canto 
un poco offuscato dalla casa a mare, 
alle medesime latitudini ma a diverse temperature. 
Le due donne sulla gondola sapevano d’altre infanzie 
scorrevano lo sguardo verso il ponte dei Sospiri 
e Ti pensavo come un debito non pagato, lontano, 
fra le fondamenta di un tragitto comune, 
oltre il tempo, al di qua dello spazio. 

 

 

II 

“Si dice che abbiano accecato il costruttore 
della torre dell’orologio per evitare che potesse 
costruirne un’altra simile”,
faceva bella mostra 
di sé la guida. Ma qualcosa non quadrava 
tra ombra e ombra e nel gioco dell’impronta, 
nel patto stabilito o nell’intesa fra le geometrie 
che partorivano in mare aperto, nelle strade circoscritte, 
nel mistero dei geroglifici 
che apparivano/sparivano sul monitor. 
Andavamo alla volta di Burano 
non come viaggiatori definitivi 
ma fuori dalla regola 
nella transizione dettata dal ritorno ad altra matrice. 
La ragazza, noncurante, liftava la chioma 
e si avanzava nella memoria ogni minimo rumore 
ogni strana leggenda mai sopita 
aspettando il gelido inverno 
riavendo negli occhi la traccia scolpita da Cesco 
sul portale della scuolagrande, alla voce del cuore.

 

 

III 

Quello che mancava nella cromia era l’orizzonte 
il maturo miscuglio dell’incrocio giorno/notte 
la certezza che oltre ci fosse la data 
il silenzio indifferente, freddo, 
rotto dal grido dell’impasto dell’argilla 
il soffio e l’alito della vita. 
“Le soleil dans son écrin”
di Tanguy 
fondeva la concezione dello spazio/tempo 
attraverso una prospettiva che scompaginava 
la flessuosa modularità degli oggetti, 
si spaziava all’interno della collocazione 
geometrica delle occasioni 
e così diventava incomprensibile 
anche il fascino dell’altra sponda, 
il traversamento sconosciuto, di nuovo studiando 
il sovrapporsi delle linee del mare di Mondrian, 
il percepire il rumore della velocità astratta di Balla 
nei segni/colore sfuggire alla limitazione della cornice. 
Il centro del mondo è quello che finisce qui 
nudo, a lasciarsi guardare/scrutare, 
a risucchiare dalla laguna il momento, 
la riga che demarca l’esistenza/non morte 
come una serie di note troncate 
accarezzate dalla piuma, mia cara, 
dello strano alfabeto delle inaspettate maree. 

(Palazzo Venier dei Leoni, 21 febbraio 2004) 

 

 

IV 

La maledizione che colse i sepolcri imbiancati 
per la purezza della stoffa 
attraversa il cuore nel battito 
quando il freddo della pietra è meno pungente 
di quello che attornia calli e campielli. 
Scruta il senso della pioggerellina 
che punzecchia i canali 
la leggenda che s’avventa tranciando il presente, 
il vento che accompagna i passanti 
a intravedere il casino degli spiriti. 
Non è il tempo visibile eterno/sfiorito di cose, 
trasparenze accese, inalterabili emozioni. 
E’ stazionando sotto i portici 
che scorre da questa panca 
vicino Porta della Carta, l’universo, 
la misurazione di un canto che velluta l’atmosfera. 
Le lune si succedono 
come l’acqua alta che si parte da lontano 
e punge, scolpisce e sotterra il perduto possibile. 
Il segreto del rosa stagionato nelle due colonne 
forse non porta bene, incide e soffoca 
il suono delle palpebre. A che servire? 
Lo spunto da cui nasce il canto delle sirene 
ammansisce la forma della ragnatela. 

 

 



Diresti che si tratta di un luogo indeterminato 
della raffigurazione di atmosfere lontane 
ma la frizione che duole nella finta terraferma 
non benda l’orizzonte, si schianta nei bronzi 
sul muro di fronte, sbucati dal sotoportego. 
Scusi -la tua voce non rimaneva sorda 
nel chiedere la via maestra- il quartiere ebraico?”. 
Il senso mi spianava il curioso ben oltre 
la visione che trapassava il vecchio rabbino 
la perdita nel mistero conchiuso di altre date, 
anniversari, suggestioni, fermezze. 
“Il ghetto?”, un filo a memoria futura 
di costanti insidie arenate nella shoah 
nel giorno devozionale per continuare a ricordare. 
A Gerusalemme stava rivolto il grande rotolo, 
la credenza, da questa parte di confinati, 
ospiti sigillati dietro le porte 
dal calar del sole all’alba. 
Tornava a leggere nel vuoto la giovane donna 
italiana/ebrea/sefardita, navigando con lo sguardo 
l’intesa nella sinagoga, sfuggendo dal matroneo 
e accogliendo la luce del menorah. 
Tutto ruotava intorno al sette, alla metafora, 
alla ciclicità, alla cosmologia del candelabro. 

 

 

VI 
 

“La frusciante tenera carta 
che riempio di segni, di nomi 
mi custodisce e mi esclude…” 

(Michele Sovente, “Carbones”) 


E’ in ragione di ciò che ti parlo, 
mentre sto accennando ai preparativi saltando 
dal vaporetto che approda a San Zaccaria, 
del ritorno ad una partenza mai uguale 
seppur fresca nel modo e nell’incanto 
del cammino, unita solo dal cordone 
che passa all’appello degli interrogativi. 
Oggi ho appreso dal tuo interloquire a distanza, 
caro Franco, d’esserci una via più breve 
che può aiutarci, 
fuori da ogni stato di compartecipazione, 
a comprendere il perché dell’accaduto. 
L’ansa, il centro che registra nell’occhio, 
la statua che al momento è l’unico punto, 
il riferimento dove giungere, ti possono servire 
a saggiare il grado aspro del passo 
mentre occupi un lenzuolo, uno spazio, 
un centesimo. Traversando per piazza San Marco 
raggela il respiro, facendo anche fatica 
dallo sguardo alle stelle a leggere 
tra le impenetrabili architetture del cielo 
quale orientamento avrà il tragitto schiumoso delle nuvole. 
Mai vista così la laguna in un ribollire frusciante, 
sentire il palpito che in apparenza ritorna 
stando in quiete, in attesa assorto. 
Il disegno che dalla carta evapora 
nutre le movenze suscitate dal volteggio, 
dall’inchino al centro del salone; 
e dunque, addormentati nella fila dei graffiti 
le sottili tracce parlano. 
L’incantesimo non ancora rotto, 
addomesticato, perenne, sparso, smorza saette, 
leviga spessori in un preciso istante. 
Il ritmo nella penombra lo senti 
nel gorgo dell’insonnia aprire nuove autostrade, 
il sottofondo si arricchisce dei tre brevi movimenti 
del concerto in do maggiore per due trombe 
archi e cembalo, di Vivaldi. 
La panoramica fotografica sviscera sotto le procuratie, 
annusa il senso della maschera 
che trasmigra da sorriso a sguardo. 
Le sette di sera; soggioga il Florian, 
il dialogo che s’innerva e s’associa 
ai teoremi postulati sul caffè –riporto a lei 
la passeggiata per Stephansplatz e la fantasia 
d’immaginare la Zur Blauen Flasche 
dove ora sorge l’Haas Haus, accostare 
i nostri gusti e ritrovarci per ricordare-. 
E qui, sfogliando il fumo fra neve e nebbia 
non si fa alcun accenno all’incerta terapia 
ma capita di studiare 
nello spostamento iniziale del pedone, il codice 
che regola i parametri della psicologia del giocatore. 
Attendere è il solo mestiere che ci resta 
e nell’attesa modellare lo slancio del cavallo 
aggregare i componenti della formula 
per rendere l’impasto più corposo 
e trasparenti le movenze 
le differenti colorazioni. 

 

 

VII 

E’ una ragionevole sequela di fiocchi 
che non riesce ad imbiancare 
e la razzia del frequente dirige diritta 
sul punto nodale fuori d’epoca, 
come d’acquisizione 
di impaginazione di fluorescenze, 
dove anticamente, dapprincipio, scorrevano 
senza la giusta equilibratura, 
improprie ipotesi che l’indovino, forte, 
da ogni parte dipanava. Nessuno 
-ma era appena sufficiente dirimere l’equivoco, 
il dubbio, la voce/forza-, 
si identificava nelle spoglie; 
solo un vuoto, vuoto fluida diluire il vento 
e la lama del freddo incidere poco sotto lo zero. 
Ma pur tuttavia resta lo stampo, la matrice 
di ciò che s’incrocia transitando oltre il ponte, 
laddove lo squero di San Trovaso ricongiunge, 
riassorbe l’incontro segreto per la garanzia 
di “una vita di almeno 5.557 anni”. 
E di notte, l’ascesa, l’irraggiungibile 
ricompreso nella sonorità della luce 
nel limite estremo dell’incurabile veglia. 

 

 

VIII 

Quale disarmonia? O ancora, invece, 
quale discontinuità scompone e rimette in gioco 
ogni singola parte della figura 
le partizioni/regole dell’accademia 
nella gestualità del corpo? Semmai, nella mente 
prende forma la geometria dei principi, 
l’enunciazione che sulla lavagna 
-digrigna il gessetto- disevapora i composti 
di archetipi matematici. 
Lo spazio, 
quanto più indeterminato tanto più inghiotte, 
facilita l’illusione di agganciare, 
di stornare l’assetto dimensionale del vocativo 
su piani antitetici più vasti, immensi, non acerbi. 


Picasso (Le Poète) 

                                      
 le stimmate sui valori, 

Braque (La clarinette) 

fusione indefinita, corporeità 
nella trama che si sviluppa dentro l’asse 
del tatticismo del frammento. 
Ma quello che di più apriva lo sguardo 
(tentacolava la forbice del ricordo 
alla lunga passeggiata sul cordolo del rio, 
a Burano, nella variopinta sete di espandere 
il colore, la casa, fin dentro la visuale della pupilla, 
uccidere l’istante che di cellophane/nebbia 
impacchettava la statua di Galluppi, 
la piazza, la scena del venditore di maschere) 
era la ballerina, il dissolversi dei volumi nella cromaticità, 
nel mare generato dall’onda avvolgente di Severini. 
Staccata la tela dalla pioggia s’avanzava 
il fantasma del sole per Piazza San Marco 
ristagnava il lucido trasparire della brezza 
il trasporto della frammentazione della luce 
quasi visionaria, trasportata nel gioco 
inevitabile dell’atmosfera, nel quadro 
di fine ottocento di Fragiacomo. 

 

(Venezia/Burano, 21/22 febbraio 2004) 

     

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Angelo Coco
Altri itinerari possibili
a cura del Circolo Rhegium Julii - Reggio Calabria -
data di pubblicazione: novembre 2004 - pag. 53 s.i.p. -

Officina Grafica srl -Villa San Giovanni-

Premio "Rhegium Julii"