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Angelo Coco
Gli impenetrabili idoli
a cura del Centro Culturale Il Golfo - La Spezia -
stampa: LitografiaConti - La Spezia - aprile 2003 - p. 32 s.i.p. -

Premio "Il Golfo-Città di La Spezia"

 

Starci tutti dentro la grande cavea

incolonnati lungo la linea del sonno

immaginari viaggiatori/guerrieri/pirati

di quel silenzio che il tempo raschiava lento

e cercare nella melodia della pasqua, la notizia,

l’avvento, il passaggio del sangue

tra memoria e memoria.

 

(02 marzo 2002)

 

* * * * *

 

La chiamano nera come la copertina

di Ogni terzo pensiero di Raboni

ma l’uva sulla tavola

non è poi così tanto scura. Blu notte o viola, si,

come il fondo d’una tela di Fantuzzi

e non si legge l’itinerario nell’occhio spento

della donna che indugia a fianco della cabina.

Lo chiamo? Chissà…niente di personale,

comunque…”, per quella nascosta dolcezza

che morendo s’incatena nello sguardo

ineguale o nella parola recisa,

scheggiata, di basso lignaggio.

Lei gridava nella linea dell’aereo, raggiante,

contorta, disegnata come un’avventura.

 

(Roma, 08 maggio 2002)

 

* * * * *

 

Appariva tagliato su misura

il vestito doppiopetto fumo di londra

accerchiato nell’abbaglio dei faretti

nella vetrina, al Corso, fra un tramestio

di gente. Tanto strofini una luce

agli occhi, alle radici nascoste del quadro

e pensi guardando dalla finestra della 312

che tutto è difficile da spiegare

come al bar dello sport.

Il passato è già dietro

come le giornate di lieve pioggia

come l’autunno finalmente dissolto

ma non ancora fresco

dei profumi della primavera.

E sta tutto lì

l’impossibile del giusto incastro,

fra il polso e la mano.

 

(Roma, 09 maggio 2002)

 

* * * * *

 

È ferma l’acqua ai piedi di Castelsantangelo

e il tuffo del sasso macchia

come il getto della stilo.

Ti stringo nel buio delle voci

spaziando fra le astrazioni di alcune concomitanze

che ledono la forgia del tempo

tra futurismo e astrattismo

con la stessa concretezza che la figura che appare

da dentro il colonnato disegna sulla striscia

bianca dell’asfalto.

Dietro, i luoghi/le superfici/le analisi

risuonano in quella dorsale di sampietrini

fino al parcheggio da dove l’auto in sosta riparte.

E seguirla fino in fondo distoglie dall’indovinare

l’indicazione scolorita sul cartello.

 

(Roma, 10 maggio 2002)

 

* * * * *

 

Di questo più che d’altro

d’ogni altra cosa il riverbero antico dell’eco

sulla pietra, memoria del tempo infaticabile,

scarificata dalla grafia d’una barriera

-dettato l’itinerario dal dito scarno nell’aria

e il movimento nell’acquario

leggero come certi attimi di vento-

sollevando per ipotesi di biografia

teorema sull’innesto degli anni.

 

* * * * *

 

Il grande viaggiatore sfiorò le colline

sentì dentro le forme dell’orologio

scorrere/pulsare/disfarsi l’aria

nell’unica invocazione

che tracimava dalle scritture.

Sfiorì il patto degli accostamenti

per un misterioso elemento

che in parti sconosciute univa

l’alba al tramonto la luce che secca

intrecciava il pendio alla sera

che mutava il tragitto della sua identità.

 

* * * * *

 

Rasentare nella gara l’impossibile

nel giro di pista dello stadio non ascoltare

l’urlo che col vento rafforza il passo

sentire solo l’esplodere del cuore

il ritmo della vena sulla fronte

l’anima raffigurata dentro al filo di lana

all’altro capo del rettilineo

nell’unica luce della stanza che per te conta.

 

* * * * *

 

Il pensiero che passava per la mente

era dettato dalla curiosità di capire perché

l’aria della prima sera che pronuncia il nome

fosse così come immaginato era il paesaggio.

Sto leggendo tra le classiche migrazioni del tempo

la substanzialità che la notizia riportata sul fiore

generava con le cadenze del mare.

Le macchine che assediano il centro

non sfuggono lo sguardo, la pedana del vigile

il corpo del confronto con la strada

che non finisce come la certezza

del giorno e della notte.

 

(07 giugno 2002)

 

* * * * *

 

                                                            (a mio padre)

La ruga  nella tua mano o lungo la linea del collo

dove oramai riposa il dente del fiato

è come l’amarezza acerba della migrazione

del passante che scompone la faccia scarna

dietro il fumo della lunga/rada nebbia

traversando parti sconosciute della Calabria

quella terra che ora non dista più così poco

forse manco esiste

se non nel profumo della zagara

sigillato come la parola amara/bruciata

frenata dai denti.

E’ un covo questa nave che salpa/arriva

il suo sogno come confine, teso filo

che s’aggroviglia a un’ombra in sera

di prima estate per cui cadono a un’aiuola

le coloriture di innovate partiture

il raccordo di breve pausa tra la fine

della toccata e l’inizio del movimento di fuga.

Il sibilo dell’aria fa fremere le canne

e la melodia dei due organi a ore dispari

di domenica, in San Petronio,

insegue il passo parallelo alla meridiana…

 

(01 luglio 2002)

 

* * * * *

 

Si discuteva della classica filosofia

del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno

o alla rovescia, tanto non cambiava nulla,

se passato o presente o fors’anche

passatopresente, racchiuso nella grande gola

del sommesso cicaleccio nell’avepatergloria

la scelta alzata di mano giunta come benda

sulla piazza, la pioggia incardinata

dentro alla nuvola sospesa sul sagrato.

Ricordo e riporto una festa dell’Annunziata

cose non viste nell’orbita urlata della memoria

confusa come confusa è l’aria

allo scoppiettio della grandine o sul telo grigio

del cielo dove si stempera il nero della notte.

La calca, l’aria frizzante quasi fosse chardonney,

la terra d’altri avi, l’istinto che brucia, stasera,

oppure niente, appena lentezza

“Come stai, i tuoi che dicono…”

“Tutto come al solito, travolto

nelle nostre immagini al liceo…”,

una sillaba che all’esterno dei polmoni

a noi diventa estranea. Nell’aria.

 

(Pedara,07 settembre 2002)

 

* * * * *

 

Non è successo nulla di particolare

né il cambio che avevamo pensato di fare

prenotando un posto sul volo Catania/Venezia

e nemmeno la possibilità, seppur remota,

di proseguire per altrove, come accade di notte,

nella fantasia. O forse la partenza c’è già stata,

vera, non quasi accontentarsi di un sogno

patito, subito, a ridosso di questa lunga via

infinita come lo sguardo dell’occhio che dirompe

oltre la parete. Il filtro della sigaretta

nel dopo cena s’ingiallisce/s’annerisce

e brucia d’altre visioni l’Offley

nel labirinto degli intestini, il filo di Arianna

riavvolto, il minotauro/Teseo appena

la dolce favola dei nonni che tocca riscrivere.

 

(20 settembre 2002)

 

* * * * *

 

Quelli che ci incantano

incarnati

               incatenati

                               fissi

vennero da lontano

dal deserto roso dal vento, uscirono dai numeri

delle scritture, imperturbabili,

probabilmente senza un pensiero delineato.

E avrebbero visto le cose ammonticchiate

con l’ordine della disfatta

-le truppe, nordisti/sudisti, indietreggiavano

dove la scritta intuiva la direzione

attraverso lo spazio del sangue

interminabile fuga da chi

da quale tremendo naufragio

dal crollo degli ultimi avamposti

se d’artiglieria/fanteria

o altro moribondo reparto-

satura la voce dell’attesa tremula

nell’improvviso guizzo dell’armonica.

Sostavano appesi ad un impenetrabile

filo d’aria, gli idoli.

 

(24 settembre 2002)

 

* * * * *

 

La cartolina postale

raramente giungeva in ritardo

portava piante di cartografie inchiodate

traslocate anche senza conoscere il volto

che d’oltreoceano siglava libero, in basso,

con scrittura indecifrabile attesa da giorni

non un trattato ma tesseva appuntamenti

trame di guerriglia pensando già

alla legge del superstite.

Di pedoni cavalli torri ed alfieri il raccontato

era eloquente ad ogni passo/mossa sul campo

a quadratini bianchi/neri/verdi/avorio

mai come un caso, certi come la sentenza

l’alito sul collo del secondo che insegue/raccoglie

lo scarto del pensiero

l’ansia per la ritardata primavera.

e4 c5 d4

era fissare con la siciliana

la battaglia teutonica per il controllo del centro.

Ma in quale variante immergere l’idea

chiudersi guardinghi nel tratto iniziale

nella teoria dello studio e preparare

affondare il colpo

sviluppare col gambetto

la traccia dell’attacco, il movimento rapido,

l’espansione sul terreno dello scontro.

Sta tutta qui la dialettica del cervello

nel pezzo che delinea, come nel gioco,

la paralisi della vita quando accerti

che da dietro un regalo di fiori

continua a maciullare il tarlo.

 

(26/30 settembre 2002)

 

* * * * *

 

Ma in fondo chi fosse questo Mallory

di cui parlava quel signore attempato

seduto al tavolo quindici da Piero

pochi lo sapevano.

“Forse Gorge, chi altri se non lui?”

Ed allora l’agguato del ghiaccio

corre per la discesa

dalla vetta fino al difficile secondo gradino,

sale su per la schiena la freccia dell’oceano

un maremoto di nuvole sempre più tempestose

trasferite nel misterioso collo di vetro

nato col soffio dell’anima

mentre il vaporetto costeggia l’isola.

Eppure Mallory ritorna nei sogni

nelle voci che fra le calli genera il mistero

mai rifiorito uguale dietro ogni angolo

ad ogni passo. Ma non è qui l’itinerario

dell’ultimo viaggio e neanche questo

sembra essere il secolo giusto dell’impresa.

Il limone sulle ostriche, ora,

quando il fiato attraversa la fiammella

della candela a centrotavola e la rosa

è un albero che frena l’esilio del pino.

 

(30 settembre/10 ottobre 2002)

 

* * * * *

 

Seguiva, scivolava ma non era sempre costante

la profezia del nome - Sacha - mutato nella fedeltà

alla grande pianura.

La leggenda che ora imbianca aprile,

giusto così, scioglie il giorno degli anni

-“è passato come passa il tempo

lì davanti al camino

con le ombre fra la fiamma”-

una dedica o un’indagine ma pur sempre

forte come un soffio. Quello che bisognava udire

non era più il vento che gracchiava.

 

(03 novembre 2002)

 

* * * * *

 

E poi stare al gioco a cosa sarebbe servito?

Ad ingannare l’attesa studiando le forti sfumature

del Cristo crocifisso schizzato, stilizzato

sulla parete di fronte a sottintendere

dopo la lettura di un canto di Dante

la profondità della nota grave

affogare nella risonanza

macellare dentro l’enorme silenzio dell’ascolto

l’assalto accanito alla tastiera.

“Fuggiamo da chi per andare dove?”.

Costellava d’inquietudini il viaggio

il passeggero con la fantasia fuori dall’oblò

nell’abbraccio della nuvola.

Vanno e vengono ancora adesso

Strani, viandanti come l’intermittenza del neon.

 

(05 novembre 2002)

 

* * * * *

 

Il tempo s’oscura, diventa quasi nero

ma qui dicono che non è niente di particolare

qualcuno l’aveva prevista già da giorni

la tormenta, l’assalto che da un punto

all’altro del tragitto accompagna

le macchie di color verde

che accerchiano il cammino delle rotaie.

Sul treno non c’è la forma del sonno

e il senso dell’interrogativo lanciato

allo sguardo del compagno di fronte,

immaginario interlocutore, scivola

come pioggia sui vetri, sorda,

e non è poca cosa sotto gli spilli dei lampioni

dove tutto, in corsa, è quasi bianco.

Tornano e ritornano così gli assoluti,

i paradigmi cognitivi del resto di una somma

la differenza che non regge gli equilibri.

 

(Roma, 09/11 novembre 2002)

 

* * * * *

 

Non c’era colore/calore nella stretta di mano

il barman ritmava e chissà

se lo sguardo incrociava il pensiero

la formula del gusto, all’Harris, pensando

da sotto i piombi la fuga

l’alternanza a spicchi della luce

l’insegna della trattoria scavata

fin dentro la laguna. Il passo che investiva

il vento, rancido, collegava alla luna

le forme di creta stagliate ad ogni riflesso

del giorno. Poi, ciò che chiami sfugge,

l’orchestrina sul gambo della nota

a riscaldare l’aria in questi canali

che gondole e vaporetti transitano.

Più in su la sera sapeva di notte

ma non ancora troppo scura per mascherare

la stella del mio sud.

 

(Venezia, 20 novembre 2002)

 

* * * * *

 

Soft il passo, attutito dalla corposa moquette

e i quadri che esplodono i suoni del vulcano

ripresi con il tratto forte del pennello.

Il racconto comincia tutto da qui

dagli interminabili voli dello sguardo

fiondato dall’undicesimo piano oltre ciò

che dalla mattina puoi aspergere

sul passante sottostante

libero di concentrarsi sul rumore di tram/taxi.

Nel golfo traslocano non più con valigia

transitano da una parte all’altra

dall’isola alla terraferma non più

come antica emigrazione. So che nel terno secco

non sta più la ragione

giusto l’inganno di immaginare il tutto,

domani, senza frontiera.

 

(Napoli, 22 novembre 2002)

 

* * * * *

 

Le spettanze,

da quelle no che non puoi esimerti,

dal fare il conto, per poco che sia, a fine mese.

Dare il dovuto e qualche volta chiederti

la misura dell’otre, la giustezza del metro,

la dovizia del merito. Come ricercare

nel segno serale della croce, nell’aria ferma,

la secchezza del tono d’una voce scomposta,

prima lontana poi più forte

d’un qualsiasi altro imprevisto rumore.

 

(26 novembre 2002)