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Angelo Coco
La linea nella mano
Edizioni del Leone - Venezia -

data di pubblicazione: giugno 2002 - p. 73 €. 12,00 -

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

C'È UNA DISTANZA IMPROVVISA

 

...Ed io ancora qui

con le dita tremanti che adornano                   

al segno della pace l'aria silenziosa

dentro il deserto delle ore

mentre l'alta marea scompagina

sul cielo di cartapesta i colori dell'orizzonte.

Chi manca in quest'attimo divincolato

nella parte bassa del cuore non è

il cesto con la frutta candita

il rintocco prepotente della campana

l'alito del vento o l'occhio del cammello

perso nel vento dell'oasi

Halley o che so io quale altro astro

al di qua della linea

dentro al disegno del cortometraggio dell'esistere

sei tu

che chiudi in un ramoscello

le misure del dare ed avere.

 

(10 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Forse era lì vicino magari in agguato

chiuso nel gesto del saluto alla stazione

sulla panca del treno in testa al binario nove.

I pensieri frenati dalle palpebre

a cavallo delle due sponde

sull'aculeo del ficodindia

e l'impressione che il capodanno fuggisse via

tra la rivisitazione del sogno

e una serie di note scelte dall'archetto della viola.

 

(9 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

                                                          a  Pippo

 

Di nuovo l'inverno che rumina il crepitio

della scena scolpita sull'ala del fumo

e la vertigine della sera ferma

quasi frenata dalla sfera della pendola

strusciata dalla sabbia della clessidra

la mano sulla preda incostante del quadro.

Addosso resta l'odore della trielina

il cuore che non lega l'armonia dei colori

la solitudine del dolore nella steppa.

L'aria è una sciabolata che rompe

un cantico che nel dentro/fuori

arresta il passo e si lascia sul ponte

fogli/carte/pensieri e marine

e qualche ripostiglio di ricordo

come se il paesaggio che attinge dalla notte

disteso sulla fine terra increspasse

l'andirivieni del flash del neon.

 

(15 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Una chiave che non apre nessuna porta

ed il gioco del pavimento a scacchi

che ritorna nel centro del sogno

come le pianure che s'allungano dentro gli alberi

nel mistero del primo corpo.

Poi passa il cielo sopra il paesaggio

e nel giardino scruti con l'occhio del gatto

il mistero del secchio la lisca che dondola

e s'illumina sul riflesso della luna.

 

(24 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Una volta che il contatto venne stabilito

con il semplice movimento delle labbra

il vuoto stagnante dell'aria non fu più

confine/barricata oltre cui celare

la vista del neo/traccia/barlume

la sfera di cristallo.

 

(25 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Raccontano di una storia e di un amore

ma anche di una notte nel fitto del bosco

e di voci, le donne, di un muro

e del suo segreto tra la calce.

Ed a volte ritornano purissimi quando la pioggia

frusta il vetro

i segnali sparsi

consegnati alla foto di gruppo

di fianco alle lancette

dove bruciano le crepe del legno

i tarli.

 

(28 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Come una domenica che non sa di festa

le carte allagano il tavolo aride

pare il sobborgo soffocato dalla nebbia

o il congedo inespresso sulla battigia

all'ombra che ricalca il passo.

E ricordo sul giallo del girasole all'angolo

nel profondo vuoto del ciclone

che s'esprime dentro la cornice

nell'acquerello che pare scherzo drogato

l'inverno del sessantadue

la linea della vita ancora lunga

nella mano.

 

(22 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

La lettera che giunse improvvisa/apocrifa

da un punto indecifrato

distante innumerevoli miglia

fu scritta con tratto sinuoso punta fine

con inchiostro di china/seppia

sigillata dentro verde bottiglia e spedita

da qualche meridiano sconosciuto.

Arrivò tra gli interstizi degli apostrofi

ciò che solo la primavera porta

nascosto in una piega del foglio.

 

(20 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Ti do del tu dentro la scia che indaga

oltre la patina di fard

-di che colore saranno gli occhi domani

quando la ruga del tempo scaverà

selvaggia l'onda che torce il canneto

rimodella le dune divulgando

lo sferragliare degli zoccoli

nelle immediate periferie

del nome vocativo d'altro e ancora d'altro-

rimodula la storia nell'intarsio

di qualche particolare correndo nei millimetri

di un soffocato oblio.

 

(27 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Ha braccia lunghe il graffio controcorrente

resuscita nella natura del giorno gli oggetti

ciò che disforme appare al tuo sguardo

sigillato indefinito incrostato

non domato dalle sinfonie geometriche

della bougainvillea.

Schizza dal crogiolo l'impasto

la forma del gesso

il profumo dell'anima.

 

(26 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

E non ti dirò più di chiudere la conversazione

tirare la tenda alla finestra della cucina

finto riparo ai venti che qui sfiancano la riviera

nè di riprendere la narrazione della favola

partorire visioni certe che s'accavallano

in giochi di parole. L'antica presenza

in questa stanza che fermenta come il sidro

gioca a rimpiattino ed alla resa dei conti

resta ancora qualcosa che s'agita

troppo grande naufragio.

 

(21 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

La mia preghiera si ferma dove incomincia

il chiodo che penetra l'osso

sull'agenda dell'unghia

dove sta scritto l'urto

l'attrito che muove difettosi ingranaggi.

 

(16 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Stretti dentro la benda assiepati lungo la periferia

in attesa del transito s'appannano le lenti

e fumoso l'alito inventa fili

il pugno fermo bene assestato nella tasca.

Una serie di nuovi itinerari

diramazioni che incidendo restano

nel panico delle linee in agguato

camminando scavando

ubbidienti in fondo alla goccia

fino alla linfa che s'adagia

che più non corre/scorre.

 

(29 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Il dialogo poi si allargò improvviso

come il guizzo della lingua della salamandra

quasi come una fiamma

negli occhi del tempo si susseguì

il tremore della mano

incise l'inchiostro la carta

penetrando l'aria come aratro.

 

(18 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Non è lieve la vertigine né di breve durata

il girovagare la ricerca come un presentimento

infuocato sommerso destinato a divenire

ricordo senza mani commiato esile magia

che avvampa divorando. Sparge il sale

della superstizione un nero segno

una stella quasi miraggio

salnitro sulla pelle all'occhio del sole.

 

(19 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

Ricordarsi cosa chi quanto

l'orario dell'aereo la lista della spesa

i regali per arricchire l'albero

la carrozza i ritmi che ritornano al galoppo

gli enigmi. Fare della partenza

delle mani che salutano un anello

infilare nell'otre della zampogna

la formula i miti le immagini.

 

(01 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Il dubbio che si manifesta sotto i fari

è fin dove scrutare con l'occhio la sagoma

che s'allunga per il rettilineo sconfina

in nuove zone e lo spazio di fra mezzo deforma

incanta l'arco che vanifica limpide piste.

 

(15 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Nell'unico caffè della giornata

si sciolse il dialogo

si individuò la mappa del linguaggio

nei minuscoli cerchi dentro la tazzina

nel rimestare del cucchiaino con moto centrifugo.

Il niente che rimaneva pulsò, allora, imperioso

come un ordine probabilmente un boomerang

al di là delle cose

che appaiono chiare scartavetrate

un passo dietro l'altro con torpore e fuggiamo

nei confini di un maggio

che nel silenzio arrugginito

sa quasi d'acqua.

 

(23 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Lungo l’intero orlo del passaporto scorre

la ferrovia delle cose

e forse nel mosaico restaurato

si cela oggi il gioco che non sai

la forma della pietra

quel respiro che sul fascio del neon

pulsa la tua sorte.

La risposta non data è nel fischio del treno

nel cunicolo del capodanno

nel sentiero della nudità;

stiamo qui ininterrotti sull’asfalto

nella traccia evidenziata sul diario della notizia

e non è più la casa di Hilde a trattenere la sfera

che scende/precipita, accantona l’impronta

il lieve/dolce nome di donna.

La tua lettera mi ha riportato indietro nel viaggio

nel corpo

che può cadere al piegarsi delle giunture 

al numero sulla porta della stanza

al pericolo della nebbia

che veste e sveste il buio

alla riva spumeggiante

sotto l’orbita fissa del lampione a gennaio.

 

* * * * *

 

Quando ti porterò la mia marea

dentro al vaso del destino

fluiranno dal cuore delle montagne

le ultime preghiere della sera

il canto che scava la pietra

e la nenia che segna il cammino

tra l’intersecarsi delle viuzze

come le linee nella mano

e i giochi della geometria nel quadro di Paul Klee.

Il suono del violino

che accerchia rapido la sera della candelora

non muore alla prima pioggia, forte,

dell’inverno siciliano

dopo la scena del riso all’uscita dal teatro;

le fughe dal tempo,

come i movimenti della passacaglia,

hanno nel progetto del volo dell’ape

quella sottile allegria dipinta

che non è ancora gioia

e le mani –che vuoi, dicesti,

oramai sono l’unico nostro punto di contatto-

ricercano nello specchio la forma dell’immagine.

Il carnevale

corre sulla prima luce all’orizzonte del sud

dove frena l’allegoria il seme d’una fiamma

che alzerà ombre nel sonno che cerchi.

Contemplo dal niente

dall’oscura maceria dell’imperfezione

ciò che più credi vulnerabile della stagione

il punto ossidato che rapina

la sfumatura della periferia stavolta erosa

dalla strana nebbia in questa tratta d’autostrada.

E niente di così disuguale rimane

intorno al paesaggio, allo stridio

del ponte levatoio

all’angoscia della morte sopravvissuta

nell’aria ferma del tardo pomeriggio.

 

(27 gennaio 2001)

 

* * * * *

 

PICCOLI ITINERARI ED ALTRI LUOGHI

 

Sotto la lampada provo i logaritmi del congedo

il finale dell’opera rimpaginato

e riscomposto dalla cenere dei terremoti.

 

* * * * *

 

Succede che a volte lo specchio

la porpora sulla tastiera

i cavalli che attraversano la tramontana…

 

* * * * *

 

C’è una strada che porta verso altri crepuscoli

nell’incanto della ruota sfiorando la statua

un mediocre amore.

 

* * * * *

 

Questa sera come non in altre stagioni

dilaga il vento ripercorre le asperità del viso

tumultua nel ciclone dei colori della notte

le barche sul litorale incapsulate nella rena

creta rimodellata dalle mani dell’onda.

 

* * * * *

 

L’ultimo dell’anno scalfì un unico richiamo

su ciò che sopravvisse alla furia della nevicata…

 

…e poi, più tardi, tutto sembrò cosa allegra

un riso che inondava il borgo.

 

* * * * *

 

Sempre ti aspetto legato al segreto della nuvola

al tragitto che scendeva dal bosco

al dialogo inconfessato con l’eucalipto.

 

* * * * *

 

E ci trovammo coi pedali appoggiati al terrapieno

l’acqua lieve quasi verde o pallido grigio

sotto il ponte di Augusto

scorrere la memoria in penombra. E di nuovo

dentro la città con alle spalle il sole

grande come un gong

stendere un tappeto sul prato.

E la spunta sul programma

 

                  Domani visita alla tomba di Dante...

 

(Rimini, 25 agosto 1999)

 

* * * * *

 

I numeri che s’alternano alle porte

ed i muri quelli antichi sbrecciati

dove nei calcinacci respiri l’anima della terra.

 

* * * * *

 

L’interminabile cunicolo e le diramazioni

le rotte percorse dal libeccio ora nelle orecchie

e la tua mano stretta

con l’incrocio delle nostre linee

che precorrono il tempo il saliscendi del brivido

sulle geografie dell’arcobaleno.

E l’abat-jour con la corolla del riflesso alle pareti

le vene sulla cartina che portano

linfa all’itinerario del giorno dopo

e nella memoria di ieri

ciò che resta del castello

sulle tracce del fiore dell’agave.

 

* * * * *

 

Una viuzza che riposa è sempre il teatro

la forma che non trova il linguaggio

l’attesa sfibrante

e lo sguardo nella posa del lampione.

 

(Ravenna, 26 agosto 1999)

 

* * * * *

 

Tutto sommato era prevedibile

chiaro il messaggio della costa

con la sua linea interminabile

che frena il grande balzo…

 

* * * * *

 

E gli orizzonti s’aprirono poi quando dischiuse

le mani mostrarono agli occhi

le tende dell’accampamento.

 

* * * * *

 

Su ogni cosa saliva quasi a natura di patina

la nebbia, l’umido della laguna

malinconica d’inverno. La tua traccia lontana

nel carnevale e poi di nuovo sui ponti,

a settembre, nello sguazzare dei remi.

 

* * * * *

 

Il segnale quando e da che parte giunse

non si seppe mai. Fu un bagliore

che lancinò l’orizzonte arrivò lento

lontano trotterellare del treno

prima di esplodere e perdersi nel trafficato

unico senso della sua stessa impronta.

 

(24 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Ora l’occhio non percepisce

l’ondulazione limpida del mattino

come un riflesso luminoso

l’aspetto

             il sentire ciò che oscilla

nell’aria calda del fumo sprigionato

da una sequela d’accadimenti

rimette in gioco solo la frase il concetto

esattamente come i tasselli del domino. 

 

(24 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Il candelabro non s’accende più

sulle scene di caccia l’arazzo polveroso

il bacile la scalinata che accompagna

l’incedere al torrione e gli antichi canoni

l’abbazia che richiama sentieri

tortuosi agitati nella voce del lago

e la via crucis che si srotola lungo il pendio

formelle di morte/vita.

Misteri.

 

* * * * *

 

Accade che l’inverno accenda fuochi

e sulla vetrata la goccia scava un canale

tra due ragnatele di fiato

l’esilio del lume.

Nella stanza s’accerchiano di fumo le cose.

 

* * * * *

 

Natale è un catino che rovescia atmosfere

fruga nell’ora tarda

che s’incanta appassionato lo zufolo

quando il gesto avrà ripreso il gusto

delicato degli aromi della nostra terra.

 

* * * * *

 

Qui il dettaglio s’imprime

nel geroglifico di un albero caduto come gli amici

in una tempesta remota

nel disordine della radice

ad una via che non s’allarga.

L’edicola e poi il cero contrassegnano il passo

come la gigantografia del Che

e alcuni versi in rapida successione

sul muro di lato alla scalinata.

 

* * * * *

 

Ritornare come ritornano le stagioni

a fecondare la pianura

a imprimere il canto dei nomi

nel solco della terra.

 

(18 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Girovagammo vicini e rivedevo la stanza

le tue risa il morbido pedalare

la vita che si spandeva

forse anche la nebbia lontana salire

sciogliersi infagottare il paesaggio

come in ultimo negligente dono dell’estate.

Le barche alla rada ciondolare e l’arco

ed era di mattina quando sceglievamo la mèta

la direzione la buca per le cartoline

un anno fa

e lì davanti il tempo

con i sogni avvizziti sull’orologio

inanimati stanchi amorfi come sasso.

 

(14 ottobre 2000)

 

* * * * *

 

Tolti gli occhiali

rimanevano il bianco della carta

i geroglifici delle parole nere e il racconto

che del giorno copriva l’ultima scena.

Restavano lì avvolti nel kimono di un sorriso

forse come voi, donna, meta di quella magia.

Alla fine c’è sempre qualcuno

che ti rimanda da qualcun altro” in disordine

con lo sguardo stanco

dalle colline di Fiesole

in fila indiana sotto il portico.

E’ solo il ristagno della luce

che genera attorno al cuore il fiato dell’estate,

tu come il sospetto del capogiro e l’assemblea

nella Certosa sul canto del gloria.

Ora sulla città scende la scure dell’occhio

e questo nome che assale lì dove

il respiro scioglie il sangue.

 

(Fiesole 18 ottobre 2001)

 

* * * * *

 

Più lieve ancora del movimento delle ciglia

quello dell’acqua perimetrata

nel verde della piazza

sentinella di un altro giorno poco più in alto

nella pianura, scavato nel fustello del primo vento

di ottobre, nella nebbia che raccoglie tetti e case

e l’orizzonte resta chiuso

nello sguardo del viaggiatore

sul regionale Bologna/Parma

fermo su una riga indecifrata

dell’anima mundi.

Forse ci vorrebbe un thè all’inizio del pomeriggio

ma il sole non lievita l’ombra

sul grande complesso gnomonico

alle spalle della statua del Garibaldi

e l’ora sfugge come il ricordo ormai rimosso,

la ragazza biondina al tavolo

ritornata negli abissi dei traduttori latini.

E sfinisce la voce del mercatino

il duomo sbiadito

in fondo al corso ritorna un sogno

l’enigma che s’accelera.

 

(Parma, 20 ottobre 2001)

 

* * * * *

 

IL SEGNO DELLE COSE

 

C’è distanza che non s’accorcia

tra le mensole dello scaffale

come un cammino iniziato lento

prima apri la porta

con moto soffice quasi neve a dicembre

cotonella che s’adagia fuori dalla soglia

poi la notte che coglie il passo in salita

il lume alla finestra offuscato

dal brivido del gelo

distesa di torpore.

 

Ma c’è pure un niente che non potrai leggere

nelle venature dei miei movimenti

dicesti da sotto il mantello. Ed era

poco prima dell’alba ancora presto

per il canto del gallo.

 

(23 febbraio 2000)

 

* * * * *

 

L’unghia che annaspa

col suo modo impercettibile

a scalfire la profondità della ragnatela

il diffuso inverno, il solletico dello chanel

che torturano il confine della sera

riportano a ferite lontane

all’oro nudo dell’amore

al cantico che rimbomba nel cortile

all’ultima corsa del tram che scava l’acciottolato

al deragliare del vento su cifrari nascosti.

Ed ai bambini rimangono sempre più dense

le voci delle madri, il lucente rimprovero

sulle mani immerse dentro al fiocco

nel pacco, nel disordine della felicità.

 

(13 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Dentro il diario

il tuo ricordo è scandito dalle righe

che s’alternano a parole/vetrate

e sempre intorno al fuoco la danza delle vesti

la pozione della chiromante.

Misurare le distanze che ci separano

tradurre i linguaggi della casa

l’atmosfera che il respiro incatena a lungo

colloca nella stiva o baratta

su nuovi scogli altre terre futuri nomi.

E nel colore della rosa damascena

tumulto e quiete

quello che di più della cosa interessa.

 

(14 marzo 2000)

 

* * * * *

 

La tiepida luce che travolge il dialetto del buio

s’incamera in una combinazione di chiaroscuro

nei lavorati giochi dell’elsa e la voce misteriosa

della campana s’inumidisce sugli spioventi

carezzando la lanugine di dicembre.

Ora sono ordinate le lancette

sbiadite le cifre piovoso d’odore il fogliame

alle fondamenta della torre

il misterioso sposalizio lo strusciare lieve

della seta gli occhi che lampeggiano

sui colori del semaforo e lo sguardo

che trafigge la notte sulla retta della lampara.

 

(21 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Linverno che non sai disperso fra la cenere

questa mattina inganna l’occhio e la città

si dilata acidula ora matura come la febbre

che assale da qualche parte del corpo

discende come il sonno nelle caverne

germoglio di vivido fuoco disinganno

ora che passa arato un volto/viandante

che ci segue.

 

(22 marzo 2000)

 

* * * * *

 

Non più ricordarsi di un risveglio seppure lento

accerchiato così da lumini che richiamano

al canto delle cicale le notti d’agosto

sulla spiaggia.

Le occasioni che crea il tuo ricordo in me

sono brezza

profonde come il canto delle sirene

come le folate del folto vociare dei bambini.

E ti penso personificato

nei rami dei cipressi stendere lo sguardo

sui ritmi del cuore lungo la strada della vita

brillare sui circuiti dei pensieri

veloce

fluttuando nel destino come l’acqua

che piega i fili d’erba d’intorno alle mura

di un cimitero di campagna.

E la foto sul marmo ancora più a lungo imbiancata

quasi ala di colomba

stende l’ombra a tracciare itinerari di processione

il passo che incespica sull’ultimo gradino

alla porta

dove è trasparente il soffio dello spirito.

 

* * * * *

 

La ruggine che ritrovi oggi sopra l’incantesimo

del tempo ricopre le venature del segno delle cose

dell’istante che balugina compresso

dentro il fioco cenno di una spirale di nebbia.

Proprio qui negli immediati dintorni della città

quando ricordi come il fiume si gonfiava

nel fitto dell’inverno

risorge dalla pianura un’alba

un giorno nuovo da decodificare nella stessa

ressa dell’eco dei clacson che tra le case

impastano l’aria di onde accavallate a nuove onde.

Il rifugio scelto a ridosso della dolce terra

diventa quasi un coro

s’alzano invenzioni di fumo

lenti interrogativi arzigogolati

sulla fortuna del trifoglio.

 

(12 aprile 2000)

 

* * * * *

 

LE PARTI DI UN RACCONTO

 

È andato. Come migrano stuoli di uccelli

al riemergere di antiche conosciute stagioni

al riaffiorare di presenze che ingannano

il gesto della mano

e disse

che il viaggio si sarebbe prolungato ben oltre

il giro semplice delle lancette

mentre tracciava il sommario della biografia

robusto con voce che scava

l’anello di un saluto

con barca che solca l’onda furente dell’atlantico.

 

(18 aprile 2000)

 

* * * * *

Tout ce qui est sur la terre

bien loin de la vérité

est un ouragan de routes divines

comme la lumière du paradis.

                                Francis Picabia

Nel superattico di Montparnasse

l’unica data impressa nel muro

era quella accanto alla firma

sul quadro

le scale incatenate

dall’inverno senza fine

e si ricordava un nome

le luci dei fuochi d’artificio

la strana miopia che prendeva sull’ultima riga

del Nouvel Observateur.

I treni come gli incanti avevano ali di farfalle

nella danza che scatenava la magia delle luci.

Ci chiedevamo se tutto ciò fosse possibile

per noi che scioglievamo gli itinerari

nel lungo bicchiere della granita

parlando la sera

mentre s’acquetavano i rumori nella strada.

 

Luci ed ombre taglienti

indelicate come un’eco

che al principio della parola stritola la mente

s’affacciavano di colpo nella natura impastata

nella magia dell’immagine

che in altra età scatenava maree.

In sostanza

ora si staglia tutto qui il tuo viso

il sorriso

la macchia dell’inchiostro rosso che schizza s’allarga

attacca la camicia.

Dio

quanto freddo dentro al cubo della stanza.

 

(23 giugno/09 ottobre 2000)

 

* * * * *

 

La complessità del cuore entrata a far parte

così come scolpita risulta la luce

fissata sul nascere del giorno

nel groviglio degli affanni

e tutto finisce nel punto invisibile

nell’attimo che il turbine scatena la sorte

nell’ora quotidiana

nella primitiva ricerca

di un ritorno al principio

a ciò che più non chiedi

avvolto nel caldo del plaid.

La notte –mannaia- scende

lamierata e afosa appena toccante e banale

tacendo sul filo che sanguina materia

ancora una goccia, il cammino scolpito

nell’orbita che la polvere traccia

sulla magia dell’urlo, nella carta

comparsa/rivoltata sul palmo della mano

racchiusa/impastata come le parole consecutive

allineate nell’irregolare marea del sorriso

(cinque di quadri/picche

nulla di importante per il segno dei sensi).

 

“La tête sur mon épaule

comme répouse a me pensée

et davant moi une figure imaginaire

rappelle mes flottants souvenirs”.

 

O forse non c’è mai stata una vera parabola

i ragazzi che scivolano

radendo i muri del naufragio

feroci come il termometro che inchioda

i ritmi scostanti del respiro. Darti la buona notte

da altra terra

quasi vero soldato di confine

chiuso nella trincea del non ritorno

seppellito nella conchiglia della non morte.

 

(26 giugno/14 ottobre 2000)

 

* * * * *

 

Quando parlavi della lezione di storia

e delle vestigia dell’antico palazzo

dalla sommaria girandola dei giochi d’acqua

non cambiava la scenografia

il rumore sentito in lontananza e le grida

la faccia ed il dolore degli opliti

tutto incasellato dentro la cornice delle parole

nella descrizione dei luoghi ormai obliati

stantii sulla carta.

 

Dall’autostrada scorre la pianura

i chilometri dentro canne della battaglia

che squarciano i resti degli accampamenti

il passo dell’elefante che sprofonda fra gli uliveti

nel silenzio figurato della memoria 

e ad agosto inoltrato in fuga verso la riviera

l’assedio della calura non cede al climasystem

 

(24 settembre 2000)

 

* * * * *

 

I.

 

                                                        (mercoledì delle ceneri)

Il bus oggi non ripassa -troppo fuori orario-

e ci s’incammina lungo la sproporzione del nome

per vie e piazze all’aperto nel risentire gli odori

carpire le parole e credere nei fatti della città

succhiare la sostanza di questa corsa infantile

e aspettare la cenere sul capo

stasera nel rito della messa.

Ti ritrovo lì davanti nel caos del semaforo

che chiedi tradita

alle porte della quaresima in un tempo

che attraversa le nostre anime

la storia

scioglie il trascorrere degli istanti

lunghi di pioggia.

Al morire del giorno sul cielo scuro

rotea la luce di un aereo

si abbassa sullo stretto

rompe la magia dell’antico traffico

che ci lega ad altri ed altri allontana

dalla forma della terra del porto.

Ritorna il misurarci sulla parola

ricorrendo alla penitenza

al gioco dell’acqua ed al faraone

i suoi carri e i suoi cavalli e cavalieri

mentre qui il vento sgrana gli alberi

guarda l’insegna alta dove il palazzo finisce.

Non ci sono più date da riscrivere

e ieri è una vita lontana

il giallo della carta che si frantuma

tutto ciò che fiorisce nella notte dello schianto

tra i segni del saluto.

 

(17 ottobre 2000)

 

* * * * *

 

II.

 

Ed ora che l’incanto quasi sfugge

nella miniatura della corsa

nelle altre notizie elise al margine

dell’accumulo degli anni, nel sentire

i modi del gorgoglio della voce tra la polvere

della scoscesa salita, le palme,

l’urlo dell’arena che scompagina la narcosi

del viaggio.

Le folle, i movimenti, il corpo, l’ascesi

smuovono il fuoco dentro, la vertigine

che raccoglie il passo claudicante nel gelo

dell’ultima cena.

Il fragore della domenica delle palme

dove appare il sottinteso della città

e l’enigma della forma notturna del bacio

tutto ritorna nel segno scolpito sulla mano

nell’itinerario che s’occulta tra la grande breccia

le figure cinte di lustrini

e nelle fratture del tempo…

 

(Bologna, 18 ottobre 2001)

 

* * * * *

 

Lo sapeva che intorno allo scoglio

il volo dell’aquila avrebbe segnato

il selciato dell’onda, l’immagine bianca

che anch’io coltivavo certe volte

dietro i tasti del telefonino, sulla linea volontaria

della mezzaluna cullata nei brividi della sera.

Il viaggio, l’ultimo, iniziato dalla brughiera

che costeggia l’antico frantoio

aveva la millimetrica quadratura della carta

del coro delle sirene

-Ulisse tornava dalla storia dei banchi di scuola

frugava nel mare il volto dell’isola

i segni della favola narrata qui

dove i venti nelle notti di novembre tuonano voci-

il fascino del principio d’ogni cosa

caro come la biografia

che univa la mia generazione

a quelle altre degli antenati.

Certi segnali accumulati/accatastati

lievitavano le nuvole

e gli itinerari sulla pelle svisceravano il marchio

-che altro corso avrà la vita

ora che di anno in anno

la memoria s’appoggia agli ultrasuoni

che trasmigrano da ben più alte rupi

ma se tu ricordi forse qualcun altro tacque

la sera della fioritura del terremoto

quando dentro al verso del clacson

giunse la frattura”-

E arranca su per la salita il vecchio Viktor

antico soldato che l’aria sfiora

perso nella trincea del ricordo. Dei suoni

effimeri riportano il fiume e i fantasmi

l’eco della steppa…

 

(29 marzo 2001)

 

* * * * *

 

Non ci fu

una prima immagine che venne incontro

come quando svolti l’angolo e affronti

il viso tagliato dal gelo

che t’investe quasi il corpo

-“scusi  e via, col sacchetto della spesa,

affrettando la corsa-

o le luci del porto alla sera

sul ponte del ferryboat.

Scandagliando la casa l’orizzonte non abbracciò

più i labirinti circoscritti nel quadro –Magritte

o qualche altro potrà sembrare uguale agli occhi

stanchi

lucidi

        distratti

                   nervosi

come i gesti

di là da venire, imprecisi alla stazione

sulla banchina aspettando il rapido da Venezia-

ma solo l’unico vivido colore

sopravvissuto alla luce.

 

(31 marzo 2001)

 

* * * * *

 

                                                    (un sogno)

 

Di là dalle montagne

in quella parte di terra che non puoi vedere

ci sarà pure…

un treno, quasi un’ipotesi calcolata

giunta come saetta, un quesito inevitabile

convogliato nel canale, muto sotto i passi

della nostra notizia. Ormai ad occhi spenti

conosci la sintassi della religione

l’urlo della foto sradicata dall’album

e dal binario riducendo a sintesi del tempo

i classici greci, hai un vocativo stagnante

nell’acqua chiusa del porto.

Si perde tra l’odore dei pescherecci l’insonnia

l’afflato della specchiera

nella narrazione di un iter; la pietra che rimanda

la sonorità d’una sequela d’aspetti.

E nel tutto

l’infinito del linguaggio

i rami del pino che sporgevano nell’acqua.

 

(Cesenatico, 8 febbraio 2002)

 

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                                                                    (le voci)

 

Ecco quello che nell’anno

non fu fissato sulla carta, il fruscio della seta,

il laccio che scatenava la segretezza di un’idea

come la magia degli insonni che captano fosfeni

battono il ritmo del pensiero incenerito

dal sole al mezzogiorno d’agosto.

I vasi allineati nell’antica farmacia

dietro gli spiragli della tramontana

custodiscono la tua voce flebile

aspettano la calata dell’ombra

sul petalo del girasole

e l’inchiostro dell’inverno fra rotaia e rotaia

allarga le molecole della terra.

Chiunque qui entra avrà il castello chiuso,

a sinistra, nella piazza,

il forziere della storia che in altra età

succhiava odori e aria dal mantice dello stalliere.

E’ solo nel ricordo della luce che si risentono

da dietro le imposte socchiuse

quando urtano quello che sai

la geografia del ragno.