"Voglio solo ricordare

e ricordando vivere e far vivere ancora."

(Melania G. Mazzucco, La lunga attesa dell'angelo)

 

Posero subito la prima pietra

perché così doveva essere

alto/snello/bello

senza sottolineature o alcunché di tracce visibili

piene dell'invisibile benedizione

appena fuori il centro, nella pianura,

immensa, intruso tra gli occhi e il sogno

senza pensare l'incontro, la memoria,

la notizia.

 

* * * * *

Il sole è un rubinetto che scioglie

la brezza appena lontana che sale da est,

mistura i colori forti dell'estate,

alle porte attecchiscono,

prima e dopo i bagliori al neon,

le voci

           gli odori del prato

                                       le schegge d'acqua

piene di nulla

                     di risa

                               di corse.

 

* * * * *

Al centro del cortile cresce un albero

- no, non è un sicomòro

ma se ti garba puoi anche salire in cima

fino all'ultimo ramo, a quell'appendice

della pianta che diventa base per nuovi rametti

e poi ancora foglie e di nuovo rami -

vecchio ancor più delle case

dei cinque corpi di fabbrica

che si alternano a buchi e incastri.

 

* * * * *

Alla fine della terza media il mio professore

di italiano mi chiese cosa avrei voluto fare

da grande. Rimasi in silenzio ma

se avessi potuto scegliere gli avrei detto

che sarei voluto andare in giro per il mondo,

come Ulisse, ma senza ritornare a casa.

 

Ora non c'è più tempo,

non c'è più tempo per niente, nemmeno per aspettare

l'ascensore in un condominio di quattro piani

- lo chiamano isolato 392

e se provi a girarlo durante il giorno

ti accorgi che è quasi notte, soltanto buio e silenzio,

non un odore, un sentimento che scenda

lentamente dalle scale, un suono di cornamusa

ora che è Natale, o la dolce, scarna melodia

di un carillon -.

 

Qui abitava una donna bellissima

nell'appartamento 21A, quello che dà sulla piazza,

l'unica che il giorno dell'Immacolata, tutti gli anni,

costruisse l'albero per le feste a venire

e lo adornava col suo sorriso.

 

* * * * *

A volte mi accorgo

che è bello ascoltare il silenzio

in questa stanza violata

dalla sciabolata della luce.

Mi appaiono certe vecchiaie

fiorite come le magie

uscite fuori dal cilindro.

 

* * * * *

Non è possibile che ora la notizia sia diversa

da quella letta nell'altro giornale

guardando l'inclinazione del labbro del signore

seduto al tavolo nell'angolo del bar.

Alla televisione chiedono l'anno di composizione

di chissà quale sonetto

- sarà del Foscolo o di Leopardi

o qualche ode del Carducci,

ma passa nell'indifferenza

anche dell'ultimo avventore

che cerca refrigerio

dentro un nuovo boccale di birra rossa -.

Maria,

qui come altrove è da sempre un nome comune

- e poi, anche a guardarla, che altro nome

le si potrebbe dare con quel viso e gli occhi

teneri e dolci - si affretta, serve, pulisce, rassetta,

e fa pure i conti a mente - e con lo sguardo

segue il movimento fuori,

la patina della calma che divide la strada,

seziona come lo sguardo avido posato sui suoi seni.

 

Da qui al mare nulla è propizio lungo il percorso:

- "Lo sai che quest'anno con l'ultimo acquisto

avremo la squadra più forte di tutte?"

mi informa Luigi

che ne sa più lui del notiziario sportivo -,

c'è il solo desiderio d'imboccare una strada diversa,

piallare il tempo e rovistare nella notte,

nell'andata e ritorno dal centro,

fra i buoni/cattivi propositi.

 

* * * * *

Nella casella di posta elettronica

alcuna email, null’altro di importante, neanche di tempi trascorsi,

di giorni quando nei luoghi distanti, costruiti

come somiglianza, ravvicinata appariva la curvatura,

il giorno d’estate che partorisce il velo

tra l’occhio e l’altra parte del mare.

Rivivere qui il canto serale delle cicale

smembrando le istruzioni che venivano

da alcuni sistemi univoci di interpretazioni.

A braccia aperte, la foto si ergeva dalle barricate;

appunti e grafici, il testo che spingeva a fare dire,

immaginare, lanciare dalla mente il rush finale

dell’esistenza. Lei che nella parte più vivida della casa

ricorreva al marchingegno della biancheria di stagione

pronta col foglio di calendario al cambio, a predisporre

per tutti i nuovi tempi. E la città non era più l’enigma

del nevischio; ora tremava il respiro impaziente

delle sequenze, la conseguenza di amare

nell’oscurità del lampione l’antico gioco delle biglie

dimenticato.

 

* * * * *

Mio padre - o il padre mio che non c’era,

quell’altra figura d’altra significazione di padre -

mi parlava sempre di un libro

che racchiudeva i numeri della saggezza

come se la loro lettura significasse

forza, pieno ritratto, lineamento frontale

ben definito e non certo profilo,

linea imbarcata all’orizzonte

indecifrata a riva.

 

* * * * *

È proprio vero

non sai quante cose si conservano in una foto,

le parti della storia che puoi leggere

senza essere più visto e andare oltre

fino alle realtà sconosciute, solo sentite,

legate con un filo di voce nella memoria.

Il dottore, nel sessantadue ancora giovane,

e che oggi mi ha stretto la mano dicendomi

Salutami i tuoi!” non ricordava che dei miei

ora

sono rimaste soltanto le foto.

 

* * * * *

Ho fatto della favola

il mio modo usuale di passare i giorni;

sai, è come se non dovessi più fuggire.

Del resto, se sto bene con me stesso

a chi do fastidio nel mio cantuccio,

nel cortile assieme ai gatti che a tarda sera

rovistano tra gli avanzi della festa?

 

Tu forse non lo vedi ma la città che è distante

da qui un giro d’occhio ha altri odori e sapori;

scorrono dentro le vene dell’atmosfera salmastra

che s’accende al soffio del vento di tramontana.

A volte scompaginano l’assetto di trafficate geometrie,

non come quegli itinerari di montagna

dove in certi periodi dell’anno cala la nebbia

subito dopo mezzogiorno per congedarsi

in tutta fretta dal paesaggio. Il passaggio

diviene improvvisamente stretto -e la sua voce

aveva un tono lento, accorato, qualcosa di trepidante

curvando per i tornanti a metà settembre; la casa

non appariva. Era soltanto la mèta, laggiù,

in fondo, oltre la fine della friabile, immensa coperta

di bianca lanuggine che spalmava l’impalpabile

sugli alberi e la vita-.

 

Dicembre ti ha portato mai qualcosa di buono

oltre i misteri che ti affastellano il cervello?

Non è come prendere una rosa pian piano spinarla

più delicatamente dei petali di una margherita.

Qui metti in gioco la tua vita ogni secondo

senza scendere quei tre mal messi scaloni

che ti proiettano nell’aldilà.

Per me è tutto qui l’inferno/paradiso,

nel passare indenne una stagione dopo l’altra,

nell’ammortizzare con lo sguardo il pensiero del postino.

 

* * * * *

L’attesa di ciò che ti aspetti

nel gomitolo, ogni volta che dura la storia,

quel transito dell’allegria nel cortile

il mughetto o il fiore per non cancellare

il timore della corsa con la vecchia bici.

 

Il ponte

assommava gli sguardi e s’alzava

barriera di quell’antico male

suonato dal vento.

 

Non rendere più il conto

per ora che tace la clessidra, lo scoppiettio

più lento del lento valzer; ma qualcosa cambierà

nella casa, passato il freddo di gennaio

senza nuove parole, con una speranza in meno.

 

Il pane sulla tavola, il quadro,

le persiane che sigillano il fuori/dentro;

il gioco del giorno visto da qui

non ha più età.

 

* * * * *

Non c’è una prima immagine che corre incontro

e non è neppure notte, l’inizio dell’insonnia

nei passi claudicanti, lenti nel venire

come lento è lo scorrere del fiume poco più sotto dei piedi.

Un quarto alle otto; nessuno naviga più

con lo sguardo fra le stelle

nell’azzurro che riflette gli occhi lontani

incollati nelle minime distanze di un pensiero

nelle stanze dei cortili fra il ginepro e una poesia,

in campagna, nell’altare fra le case,

nella memoria ripopolata dal canto.

Ti incontro così, con le ipotesi del passato,

gli stemmi sopra l’architrave

-non l’avevi mai vista tanto da vicino la chiesa

 nella luce tondeggiante della luna

 al di fuori della storia, nella metrica

 del viaggio che resta nella crepa

 di fianco al cartello che meccanico

 l’occhio infiocina-.

 

* * * * *

È tutto un susseguirsi di accenti e dissonanze

lo spartito nell’orto, schiumoso dell’ultimo verde

e l’età che non hai, ai piedi del primo sabato di quaresima,

è una fonte inesauribile di vicoli/essenze/collegamenti/tamburi.

E’ festa come ogni sera sulle note di Chopin

-ma è festa solo nel sogno, calate le palpebre,

 lasciate fuori dal movimento dell’ovvio le voci,

 le luci del Natale, l’odore della pastafrolla

 che nel settanta allineava i buchi del tuo tempo-

quando l’ora delle luci ancora s’attarda oltre il buio,

piano, nel saluto,

nello sguardo dall’emisfero opposto della strada

(chissà che avranno ancora da dirsi

quei due ragazzi al semaforo, verde per la quarta volta,

gli occhi silenziosi incollati agli altri occhi

aspettando di nuovo l’addossarsi della pioggia

a quel progetto che richiama, dischiuse le bocche,

il respiro del cuore).

 

* * * * *

Non era passato più il tempo da quell’ultima sera,

da quando nell’ombra dell’insegna del bar

i passi s’erano fermati a guardare dentro la vetrata;

il boccale di birra e in lontananza il fischio,

il treno che dipingeva il sogno oramai sfocato.

Senti, stasera non se ne fa niente;

forse è meglio tornarcene a casa!”.

Le coincidenze non arrivavano più puntuali

come le frenesie delle confidenze; avevano lasciato

arrugginire la catenella che saliva l’acqua dal pozzo,

quel gioco che ci spingeva tutti a correre,

ad arrivare per primi e far scivolare di botto,

giù, il secchio di latta.

Ora si guardava fisso in avanti

ma gli occhi si torcevano indietro

laggiù, in fondo al viottolo, verso la tana del lupo.

 

* * * * *

Il colore della cucina è ineguale

inespresso in tutte le stanze

nelle pareti che avvolgono la scala

nello scheletro che incamicia l’ascensore

sui pilastri del portico scrostati dal tempo.

Mi ricordo la fatica di mia madre

tornando con le borse della spesa

nell’aprire il portone -“un portone?

Ma quello è un mostro!”, la sentivo brontolare-

e il petto affannoso già al primo pianerottolo;

poi la stasi poco più oltre.

 

* * * * *

La risposta decisa come lo sguardo, scheletrica:

scala A quinto piano interno 16”.

Penso che dalla voce

nascesse l’impasto di un pianeta sconosciuto

di un microcosmo impigliato in una di quelle reticelle

colori multipli

germogliate sui cappelli il giorno di Ascot,

alle corse.

Ribot, Varenne, Grand Prix d’Amerique

il respiro dell’abete o nell’aria ancora la brezzolina

della pioggia della notte prima. Come le cose non ferme

l’ascensore

accanto all’angolo

tre gradini sopra, sulla sinistra.

 

* * * * *

È nel dormiveglia che si odono

i tenui fruscii negli appartamenti

scivolano fra le pareti con la leggerezza

dei fantasmi -quelli che il signor Giulio

materializzava ogni volta che il frastuono

del vociare lambiva le lenzuola stese

al balcone, scostava la fuliggine

che anneriva i cavalli marini della fontana-

ansimando.

 

* * * * *

Non scolpito sui muri il passaggio, il regno

che domina fin oltre le basse case, nella via in discesa

che fraziona il rimbalzo della lattina.

Al di là del portone

il ritorno dello scalpitio dei cavalli,

l’arrivo del messaggero, il fiato dell’ultima corsa

come ultimo si pone il baluardo

prima dell’aperta campagna.

Oscuro il lavorio, la bellavista, il ronzare attorno

ove ora è piazza/giardino/parcheggio,

non più alto del cuore, della difesa,

del cantico del sangue scolpito

fin dentro i muri, nei contorni del passeggio,

alla fermata del pullman dove altri due

pensano al resto del tragitto

nel pomeriggio che s’allunga.

Da sud aggancia l’ombra l’urto del vento.

 

* * * * *

Per loro la notte è giorno

un continuo conversare fatto

di bottiglie rotte -abbiamo imparato

a conviverci il mattino dopo,

anzi a convincerci che tutto passa da qui

dalla stazione a pochi passi

treni che nelle solitudini trasbordano all’altra riva

gesti, ma transitano anche stanchi visi

quando la città dorme sorvolata dai tir-.

In volo ho colto nel tuo sguardo

la forza della passione -il moto ampio

della mano fra i capelli appena sfiorati

dalla pioggia-, il quadro di donna

che vive al centro della sua stagione.

 

* * * * * 

Oltre i vetri dell’attico è nuova luce,

colore dell’orizzonte avanzato sulle balconate

con le striature dell’arcobaleno

 

(ricordo

di un mattino vuoto e semigrigio a Londra

attraversando l’inverno sul Towerbridge

e la statua di Cesare all’uscita del metrò,

la musica sulla pista di ghiaccio;

chissà perché lungo le strade, nell’epilogo dell’anno,

ci accompagnava l’esatto movimento della danza del sable,

un mare senza parole, incerto).

 

Nel foglio della cronaca la foto della cattedrale

assomma ritagli di persone e cose nel centenario del grande sisma;

la piazza e il gioco dell’addio al crocevia

ignorando il passante al quadrivio

e il rimbalzo dell’allegria ristretto nel perimetro dei cancelli.

 

È vietato ai bambini

giocare a palla nel cortile.

 

* * * * *

In tre nel pomeriggio - “arriva il temporale,

non ci vuole molto!” -, la stortura dell’atmosfera

che nel palmo della mano trasudava ansia.

Appuntamento come sempre, ogni giorno

centesimando i ritagli di un’ora, di un diario,

piantato ad aspettarti e nell’attesa

aggiustare le diottrie dietro i rami dalla palma nana.

No, che il temporale non arriva!

camminando sulla forma della vertebra,

sulla terra, nella vicinanza della radice.

E quando sciolsero la comitiva,

ardente la parola vivisezionata nella firma,

nel suggello poco sopra la cornice.

Ogni tanto una goccia, un’avvisaglia di pioggia,

un solletichio sull’asta della meridiana.

 

* * * * *

E poi la grandine d’improvviso;

bisogna far presto a raccogliere il bucato,

lasciar perdere tutto il resto e concentrarsi

nell’azione, il più in fretta possibile.

Passano nel corridoio visi d’indios e campagne

treni che dalla notte all’alba

traversano i secoli

cartoline/quadri/bozzetti e paraventi trafitti

dal disegno del fulmine.

 

* * * * *

Anche un centimetro d’asfalto bagnato

questa mattina non rimanda l’odore di ieri.

L’occhio della statua si fa impenetrabile al raggio

che trafigge l’atmosfera di grida,

la ruota della macchina inciampa col bambino nel serpentone

di terra e piastrelle dai giochi concentrici

venti per venti color mattone e di un attimo resta,

insanguinato, ciò che abbiamo preso

appena dentro, varcato l’arco d’ingresso.

Il frutto nel fiore

nell’abbraccio controllato

sceso sotto la doccia, proprio qui,

nella vertigine dell’orologio, nell’ignoto.

Per dirti che ieri, sulle labbra,

avevi il gusto dolce, attento, dell’attesa.

 

* * * * *

Mangiavamo il sapore sprigionato dalla graticola

cullato dal vento fra ballatoi e stipiti

nelle corse che non avevano mai fine

incuneando tricicli e fantasie nelle architetture del fumo.

 

* * * * *

Ricordo come fosse ieri…

la narrazione di quei percorsi che chiudevano la cena

nelle lunghe notti dell’inverno; tu avvolta nel respiro

del lume a sferruzzare al centro della grande casa

ben squadrata nella sua geometria morbida

sigillata nel guscio di ciò che non si scrive.

D’un tratto il tuono, pieno, robusto;

il tremore della terra e domani avremmo saputo

che l’epicentro era stato individuato chissà dove.

Le voci dentro tornavano sotto forma di pianto.

 

Ricordo come fosse ieri…

nella sterminata campagna della Linera

-era l’otto maggio del millenovecentoquattordici-

i tralci di vite spiantati

il paesaggio della casa, non più percorso dal vociare,

percosso dal sussulto della terra.

 

* * * * *

Tentare di tornare sulle proprie tracce

ricostruendo un giro diverso

percorrendo larga la strada della tagliola

a volte centellinando anche quel desiderio

che si apre varchi fra la ruggine della memoria;

stanare dal silenzio oceanico, in un blitz di colori,

persino un tempo che non è più quel tempo.

 

Al tempo della guerra aspettavamo tutto

da ogni direzione

purché qualcosa arrivasse.

 

* * * * *

Il pianoforte a parete,

Steinway & Sons scritto con caratteri dorati, bello,

anche lui inanimato

- l’uomo che lo suonava era una mezza leggenda -

il lampadario di vetro fintomurano

e la crepa nel soffitto. Gli ospiti

- dieci piccoli indiani? -

giunti da sconfinate lande

ricomparsi come il nome dell’assassino

nell’epilogo della storia

nelle scarpe terra nera e neve

parenti

strette abitudini nei cavi del telefono.

Rievocavano quei giorni del luglio

millenovecentoquarantatre.

 

* * * * *

L’altra metà della strada ha un sapore

di ritorno, dalla campagna all’imbrunire,

sulle pietre, nel battesimo della pioggia lenta,

di ciò che studiammo negli anni dell’adolescenza.

E sempre nel mezzo sta l’occhio del tempo

lanterna che succhia il colore del vento

al portone semichiuso.

Stavi lì, sull’ultimo gradino,

sulla frequenza nascosta di radiolondra

penzolone il pensiero all’altra riva

metà dentro metà fuori la carne

nel gioco preciso della luna

sul deserto sopra i muri.

 

Qui è tutto un vuoto, un tuono, un ricordo

e il rosso, il bianco, la paura

la morte che si vedono nel nome

non hanno la memoria.

 

Alla stazione! Alla stazione!

qualcuno gridava…ma era già lontano

più vicino al silenzio che al quartiere.

Mia madre, stanca, saliva la mano

a tracciare il volto di un figlio

e pensava che a guardare oltre la ringhiera

forse, nel campo, avrebbe rivisto la rosa.

 

* * * * *

Che strano sorriso immagino

dietro le parole indistinte

di quest’ultimo sms mentre dalla finestra

fuori da ogni secolo, in un minuto,

in una storia, ciò che rimane visibile

è la sorgente che attraversa lenta la montagna.

Poche cose cambiate; sfiorite le piante in giardino,

rinsecchite come ai tempi della guerra

nello sperduto rifugio oltre il fiume.

I quadrimotori a punzecchiare il cielo di marzo…

E chissà come avresti voluto vivere,

ferma sulla porta di casa,

la passione di Cristo.

 

* * * * *

La terra dell’ultimo viaggio, del ritorno,

e tu, amata da sempre, madre,

a livellare i percorsi senza una sbavatura nel sorriso.

Lieve il sudore mentre s’arrivava giù dalle scale

dell’infanzia col rosso del viso, preciso per fermare

il gioco in quell’intuizione che precedeva

l’attimo della domanda.

Non un fiato, un battito di labbro, un tremore di ciglia

nel naufragio della memoria già morta

oltre la distesa del cielo, soffocata

nel ritrovo del cartello per quell’altra direzione,

la giusta meta. Puoi tacere, ora, il canto

delle campagne oltre l’imbrunire

nella penetrazione avida del sole d’agosto, a picco,

che ovunque sulla riviera traccia geometrie d’arrivi.

Lo so pure che nel giardino, madre, il pruno

non matura più gli stessi sogni

e il viandante delle nuove primavere non accende la vita.

Ma so pure che ogni anno, lo stesso giorno,

nella stessa città di sempre, c’è un ricordo che fluttua

anche se forse non sarà mai un nome per la strada,

un’iscrizione posta all’angolo, all’incrocio, in un posto,

in una direzione.

Ovunque essa vada.

 

* * * * *

Da qui a lì

nel breve spazio di una mattonella

correvano fili invisibili di intese

traiettorie mai percorse eppure in armonia decifrate

in virtù di quei misteriosi dialoghi della fantasia.

L’occhio posato dentro l’altro occhio

- avevo ferma nella mente l’immagine

del giocatore di golf che direzionava

con lo sguardo la rotta verso la buca -;

era l’anno di A whiter shade of pale

e al cambio delle luci cambiavano i visi.

Avevamo nomi e alfabeti segreti

diari bianchi riempiti dall’affetto della pazienza.

 

* * * * *

È un intrigo di viottoli fra verde e legno

colori di porte e pareti e gradini

e il sorriso alla finestra, sbarcato il pensiero

oltre la staccionata, nel cortiletto.

In un fiato, questa ragione della sera riluce,

rinchiude in un gettone la tua voce, l’ansia:

ci sarai?

La fessura apre il guscio, la luce decisa che cala

fondendo gli occhi con la nebbia

- nel canale il disegno della costa sparisce

confluisce nella nuvola che s’ingrossa -;

a due ore da qui nulla è più tradito dal sogno

stando a guardare l’incendio che affoga il silenzio.

 

* * * * *

È tutto in questa dimora che s’assottiglia,

perenne, al pari del passo sulle geografie della seta

nelle cose interpretate all’ombra dello sguardo

nel respiro di se stesso

nell’inverno o se d’altra stagione

che sul muro imprime il colore

il tempo che attendeva il segno.

Giunse come il sogno evocato al mattino

appena percettibile nella lontananza della foschia.

Non fu più coincidenza

percorrere il medesimo itinerario

con ogni tempo ed alla stessa ora

non esclusi dalla girandola del freddo

o dal fotogramma

accorgendosi del non risveglio.

 

* * * * *

Si intuisce che nell’altra stanza

stanno iniziando una nuova partita.

Smettono solo quando sentono Maria

che dà uno strattone più forte alla saracinesca

a buio inoltrato anche ad agosto

nell’atmosfera fumosa, densa

più di quel filtro ovattato che distanzia

il palazzo dall’altro lato del marciapiede.

Un aperitivo, secco, sulla lingua impastata

fra il rumore sordo delle biglie

più forte nel colpo iniziale, tutte e quindici

poste a triangolo, e il viaggio della mosca

sulla tovaglia a scacchi, nel tavolo all’angolo.

Non è più impalpabile l’aria che brucia gli occhi

- dal juke-box superstite la voce di Frank

si combina col desiderio di tornare/non partire

stranger in the night, arrivare/non attendere

al di là del silenzio quella voce inutile

del vivere/non sopravvivere - e la rosa nel bicchiere

oltre la memoria, dentro la parola fine.

 

Bussa sui vetri del Natale

il sorriso della signora

dell’appartamento 21A.

 

* * * * *

 

Tace tutto. Alle tre del mattino.

Seduto alla scrivania faccio l’inventario dell’anno

con i segni sull’ultimo giorno del calendario.

La camera è di molti metri quadri all’Andel’s di Praga;

la finestra raccoglie gli umori della neve

qualcosa attraversa lo spiazzo e s’imbuca.

L’assenza è nel tuo respiro regolare

nel non sapore del cesto di fiori secchi

al centro del tavolo, nel geco che ieri sera

si appiattiva sotto le luci dell’insegna, estraneo;

nei luoghi vuoti e persi

dove ruotavano le ipotesi essenziali,

nei ricordi che ci corteggiano.

Transitano come gocce non travasate dagli alambicchi

- con le spalle rivolte alla memoria di Jan Palach

la lunga piazza era l’altrove del cuore, imprevisto,

parlato in prima persona come il dialogo

dalla casa in riva al mare nel percorso

inverso dell’onda -

fino al midollo

nel tempo di un cocktail.             

 

     
Angelo Coco
Isolato 392
Armando Siciliano Editore - Messina -
data di pubblicazione: novembre 2010 - pag. 47 €. 8,00 -

Premio "Giordano Bruno"

 

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