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Capitolo I

LE ORIGINI, IL TOPONIMO

Torregrotta è un Comune autonomo di recente costituzione anche se le sue origini, ed alcuni momenti storici, devono essere necessariamente ricollegate a quelle di Roccavaldina, di cui ha seguito le sorti, per certi versi, fino al 21 ottobre del 1923.

Reca, infatti, tale data il Regio Decreto n. 2333 con il quale Torregrotta, frazione del Comune di Roccavaldina, veniva costituita in Comune autonomo.

Si incorrerebbe in errore, però, a far interamente dipendere la vita di Torregrotta da quell'altro centro, certamente importante, nobile fin dal lontano passato per casato e conosciuto per gli avvenimenti succedutisi nel corso dei secoli ed i personaggi illustri che ne hanno dato fama.

E' vero che solo in tempo relativamente più recenti il nome "Torre Grotta" (nota 1)comincia ad apparire in atti ufficiali anche se con la dicitura di "borgata", "villaggio", o "sottocomune", (nota 2) ma è pur vero che il territorio che lo comprende, con altra denominazione, peraltro a tutt'oggi esistente come frazione, già dal 1168 assume una valenza ed una propria fisionomia ben definita da quelli circostanti.

Risale proprio al mese di marzo 1168 un diploma con cui l'allora quindicenne Guglielmo II, Re di Sicilia, e la madre, Regina Margherita di Navarra, concedevano al Monastero di Santa Maria della Scala di Messina, su richiesta di «Antiochiae Venerabilis Abatissae», il «Casale quod dicitur Comitis et Saracenice vocatur Rachal Elmelum, situm in plano Milatii inter Montefortem et Ramet versus mare, cum omnibus suis tenimentis et pertinentiis ac terris laboratorijs territorij sui». (nota 3)

E' l'atto ufficiale che segna la nascita di quello che poi, con il passare dei secoli, sarebbe rimasto nella geografia locale come il «fondo» o «feudo Scala».

Il feudo, in generale, era costituito da una rilevante estensione di terra della grandezza di almeno cento salme; era centro propulsore della produzione agricola ed alle sue vicissitudini rimanevano legati gli aspetti ed i problemi della vita quotidiana di quanti vi abitavano.

«Tra il 1247 ed il 1248 i reintegratori dei feudi Guglielmo di Tocco e Giacomo de Accia, riferivano alla corte l'opinione corrente che in origine, in Sicilia, il feudo-tipo era costituito da trenta pariclate (nota 4) ciascuna di trenta salme».(nota 5)

Forme di insediamento, intorno al 1150, cominciano ad acquistare una loro relativa importanza ed emergono i raggruppamenti nei villaggi rurali, molti sorti nelle immediate vicinanze di castelli.

Si tratta, nella maggior parte dei casi, «di unità abitative, con mulino e chiesa, di circa cento villani, con una media dovunque di trenta nuclei familiari, ma si rivelano pure luoghi abitati da una sola famiglia di villani: ed è il caso, per esempio, di Sicaminò.» (nota 6)

Ed il geografo arabo Edrisi affermava che nel 1153 la Sicilia conteneva 130 paesi fra città e rocche, senza contar le masserie, né i casali, né le case rurali.

Non si conosce la consistenza demografica né la composizione etnica del Casale Comitis, ma è indiscussa l'esistenza di uomini che vi risiedevano in tempi anteriori alla donazione di Guglielmo II.

In questa, difatti, non si menziona, com'era uso dell'epoca, l'assegnazione di villani per coltivare le terre del casale, ed è quindi lecito supporre una loro preesistenza sul territorio.

Forse non del tutto azzardata e priva di fondatezza si rivelerebbe la ricerca delle origini di Torregrotta in epoche ancora più remote, pur se ciò significherebbe creare una serie di interminabili supposizioni peraltro suffragate da validi appigli storici e dall'esistenza di località vicinissime geograficamente e molto antiche.

In ogni caso, non si può però prescindere da quelli che sono stati gli avvenimenti sviluppatisi nei due centri più importanti: le antiche Zancle (Messina) e Mylae (Milazzo), che hanno inevitabilmente coinvolto pure le zone anche non strettamente confinanti.

Pur se ufficialmente non si hanno dati sui ritrovamenti di reperti (nota 7) che interessano specificatamente Torregrotta e possono costituire testimonianza certa di insediamenti rurali, è però sicuramente accertato che al porto di Messina (e sono gli anni antecedenti al 396 a. C.), convergessero «da un entroterra che va dalla piana di Milazzo a Capo S. Alessio numerosi generi agricoli.» (nota 8)

Se pensiamo che all'epoca i riferimenti geografici sulla localizzazione di piccole località talvolta erano del tutto inesistenti o, quando qualche cronista o storico più attento ne faceva cenno si trattava sempre di ubicazioni approssimative e tendenti ad ampliare (com'è per il "planum Milatii" della concessione di re Guglielmo II e delle successive conferme) la sfera territoriale del centro più importante, non è del tutto improbabile, nonostante la zona vicina al mare sia stata da sempre definita come paludosa ed inospitale, che potessero esistere, proprio dove oggi si è sviluppata Torregrotta, degli insediamenti seppur di contenute dimensioni.

Una simile ipotesi potrebbe trovare un valido conforto dalla localizzazione, che alcuni studiosi fanno ricadere nella zona costiera di Venetico, del famoso Nauloco (nota 9), nelle cui acque antistanti, il 3 settembre del 36 a. C., si svolse la battaglia, «sotto gli occhi dei due avversari, rimasti a terra», (nota 10) fra le flotte di Ottaviano e Sesto Pompeo.

«Nauloco doveva essere soltanto cantiere navale di Messina nonché luogo di stazionamento e messa a punto delle navi.» (nota 11)

Da ciò si deduce, quindi, come nel circondario esistesse, per forza di cose, una comunità, oltre che industriosa, ben attrezzata ed anche relativamente numerosa, tale da essere in grado di poter far fronte a lavori del genere.

E poi, bisogna pur tener conto della vicina e preistorica Monforte (XV secolo a. C.), e di Rometta, dove si sono registrati ritrovamenti «databili in epoche diverse che vanno dal sesto-quinto millennio al II secolo a.C.» (nota 12)

Comunque, quasi certamente si può individuare l'esistenza stabile di un primo nucleo abitativo nella nostra zona dopo la guerra annibalica, grazie alla formazione dei latifundia (latifondi) romani, poiché «i ricchi che avevano fatto prestiti allo Stato per finanziarla, furono ripagati con la concessione di terre in affitto a canoni irrisori.» (nota 13)

Non sarebbe così del tutto esatta l'ipotesi, da altri avanzata, che i Romani, vittoriosi nella prima delle tre guerre puniche, «come era loro abitudine», divisero il suolo conquistato «tra i capi militari che si erano distinti in atti di valore» e che per tale motivo «il lembo di territorio adiacente al Lavina (nota 14) toccò in sorte ad un tribuno.» (nota 15)

Certo, questo oggi quasi insignificante rivolo d'acqua che sfocia nel mar Tirreno e segna il confine naturale con la frazione Marina (meglio conosciuta come "Casino") del Comune di Monforte S. Giorgio, all'epoca, ed anche fino a tempi non molto lontani, doveva rivestire una qualche rilevante importanza per l'economia della zona, accresciuta ancor di più dalla vicinanza del fiume Niceto.

Il ritrovamento (e la scomparsa, dovuta alla superficialità ed insensibilità storica della gente) di reperti dei periodi greco e romano, avrebbe potuto riaprire tanti discorsi validi e dare una chiara traccia sulla individuazione di insediamenti umani a Torregrotta, nell'antichità.

Persino sulle origini e significato del termine Torregrotta fino ad oggi, non si è riusciti a trovare una spiegazione che sia sufficientemente accettabile sotto il profilo storico, lasciando all'inventiva ed alla fantasia popolare il compito di creare -o tramandare- un alone di misteriosa incertezza e di giungere pure, di pari passo, a soluzioni spesso non del tutto apprezzabili.

Fuor di dubbio che il toponimo sia «riunione di Torre e Grotta», (nota 16) due frazioni della zona alta appartenenti all'odierno Comune, resta da dimostrare il senso tangibile della denominazione, già chiaramente riscontrabile in parecchia documentazione ufficiale risalente ai primi anni del 1800.

Scontata la spiegazione del vocabolo "Torre", per l'esistenza di almeno due costruzioni di tale fatta (i resti di una, anche se inglobati in rimodernate abitazioni, si possono ancora chiaramente notare sulla destra della via Trieste, mentre l'altra -della quale non sono rimaste tracce-, doveva trovarsi nei pressi dell'attuale via Libertà, in proprietà Bonaccorso), e per alcuni riscontri cartografici che evidenziano, addirittura, due contrade indicate come "Piano della Torre", poste quasi agli estremi del territorio nel senso della sua larghezza.

E moltissimi richiami ad atti notarili per tutto il corso del secolo passato inerenti affitti vari quali «il terraggio nominato Piano della Torre» o il «giardino della Torre.» (nota 17)

Per il termine "Grotta", sul finire del 1500, in un atto del notaio Salvo Rosso, veniva riportato: «Bartholus Lo Grillo [...] obligat pro jure census perpetui in [...] anno quolibet super eius in contrata delagrutta.»

Non è fuor di luogo citare ancora un altro atto notarile, del 15 luglio 1838, dove si fa riferimento ad una «contrada Antro, oggi in italiano Grotta.»

E poi, un secolo dopo, nel verbale di separazione del catasto, alla partita 2051, si menziona la contrada «Grotta od Antro» per localizzare una casa con un vano.

E la grotta?

Individuata nei pressi della via S. Vito, rappresenta un punto di partenza, esistente sul territorio, dal quale ha avuto origine il toponimo del Comune.

Una deduzione accattivante, poi, la si può certamente trarre sotto il profilo dell'analisi linguistica, con l'inevitabile richiamo alla dominazione araba anche dal punto di vista storico poiché aprirebbe un orizzonte interessante sugli usi degli antichi abitatori della zona.

Se è vero, ed è riscontrabilissimo in parecchi termini geografici, che «in alcuni casi i toponimi riflettono condizioni di fatto verificabili», (nota 18) ed inoltre che «dalla città si migrava verso le campagne, dove si andarono moltiplicando i villaggi di grotte, in posizioni impervie: nelle valli incassate e fin entro le pareti strapiombanti», (nota 19) Torregrotta convive con queste ultime tracce che possono essere verificate nel confinante "Villaggio Cardà" di Roccavaldina.

Il richiamo alla terminologia araba "gardutah" (grotte), se da un lato avvalora maggiormente la nostra tesi, suffragata proprio dalla presenza di numerose grotte, dall'altro porta all'etimologia del termine "Cardà" derivato dalle normali e frequenti trasformazioni del linguaggio verificatesi nei secoli a favore di una italianizzazione dei vocaboli stranieri.

Il termine "Cardù", ancora esistente in alcune mappe per indicare il torrente che separa i paesi di Torregrotta e Roccavaldina, costituisce una sicura intermediazione tra l'originario "gardutah" ed il finale "Cardà".

 

 

Note

 

  1. Compare però, abbastanza di frequente, già in molti atti stilati intorno all'ultimo ventennio del XVI secolo dal notaio Salvo Rosso, la denominazione «in contrada di lagrutta».

  1. AMICO V., nel suo "Dizionario topografico della Sicilia" (vol. II, pag. 630), ne fa menzione indicandolo come «sottocomune, riunito a Rocca, nella provincia e nel distretto di Messina, da cui dista 22 miglia e 172 da Palermo.»

  1. Archivio di Stato di Messina (d'ora in poi, ASM), CC.RR.SS. vol. 270 bis; GALLO Caio D., Gli Annali della Città di Messina, Napoli 1755

  1. Paricla (o pariclata), era un'unità di misura per terreni di una certa ampiezza e corrispondeva a 30 salme lineari. Nel Medioevo una salma era pari a 22.310 mq

  1. PERI I., Villani e cavalieri nella Sicilia Medievale, Laterza, Bari 1993

  1. TRAMONTANA S., La Sicilia dall'insediamento Normanno al Vespro, (in "Storia della Sicilia", vol. III, pag. 216, Napoli 1980)

  1. Si è spesso parlato del rinvenimento di vari oggetti che potrebbero appartenere al periodo greco. In particolare, di una Lekythos Ariballica che, si dice, trovata assieme ad altri esemplari durante gli scavi per la costruzione di un edificio.

    Si tratta di un contenitore di profumi, o di unguenti in genere che, secondo gli usi e le tradizioni greche, doveva far parte di un corredo funerario. Dalle decorazioni a colori, può essere datato in un periodo compreso fra il V e III secolo a.C.

     

  2. GIGANTE IOLI A., Messina, Laterza 1980, pag. 2

  1. Il sito sembra, però, non essere concordemente accettato da tutti e la risoluzione, alquanto vaga, «ad oriente di Spadafora», prospettata da Giacomo Manganaro (La provincia romana, in "Storia della Sicilia", vol. II, pag. 450, Napoli 1979), non contribuisce certo a dirimere in maniera efficace la questione.

    Lo storico sac. Giovanni Parisi, attraverso una ricerca minuziosa e circostanziata, colloca il Nauloco, invece, in un'area compresa fra la zona di Archi e quella di Giammoro, denominata «Pantano» (in "Gazzetta del Sud", 3-4 agosto 1976, pag. 3).

    A tutt'oggi, una vasta area della quale fanno parte anche i territori di S. Pier Marina (contrada S. Biagio), Monforte Marina e Scala è tramandata, nella geografia popolare, come "Pantano".

    Altri, è il caso dello Ioli ("Il mistero di Artemisio e del tempio di Diana", pag. 54, Petrino, Torino 1991), che abbraccia le teorie del Saporetti, avanzerebbero l'ipotesi che il Nauloco sia da ricercare alle foci del fiume Saponara e, quindi, nell'odierno "Divieto", in zona distante alcune miglia da Venetico Marina, dove si sono registrati rinvenimenti di importanti reperti archeologici che, secondo il Parisi, non costituirebbero prove rilevanti per la individuazione dell'importante struttura romana.

     

  2. MANGANARO G., La provincia romana, (in "Storia della Sicilia", vol. II, pag. 450, Napoli 1979)

  1. SCOGLIO G., La battaglia del Nauloco, (in "Sul territorio di Monforte S. Giorgio nell'antichità", pag. 25, Udine 1982)

  1. PUGLIATTI T., (a cura di), Rometta, il patrimonio storico artistico, pag. 18, Edas, Messina 1989

  1. BRAUD D.C., L'eredità della Repubblica (in "Il mondo di Roma Imperiale", a cura di John Wacher, vol. I, pag. 65, Laterza, Milano 1990)

  1. L'appellativo "Lavina" o "Larina" deriva, con molta probabilità, dal latino classico "labi" (scivolare). Nel gergo siciliano può assumere diversi significati, a seconda delle zone, come ad esempio: fiumara; corso d'acqua la cui larghezza non supera i tre metri; corso d'acqua melmosa che si forma in seguito alle piogge; acqua piovana incanalata per l'irrigazione degli orti; striscia di terreno alluvionale coltivato lungo i margini di un torrente

  1. IOLI F., Roccavaldina, pag. 7, Petrino, Torino 1972

  1. Storia e significato dei nomi geografici italiani, UTET, Torino 1990

  1. ASM, fondo notarile, atti del notaio Anastasi Nicola

  1. PERI I., Vita urbana e rurale in Sicilia tra l'XI ed il XIII Secolo, pag. 10, Laterza, Bari 1990

  1. PECORA A., La Sicilia, (in "Le regioni d'Italia", pag. 116), UTET, Torino, 1974

   

 

 
Angelo Coco-Nino De Leo-Pietro Di Stefano-Pippo Pandolfo
Torregrotta. Una storia ricostruita
EDAS -Edizioni Dott. Antonino Sfameni- Messina
data di pubblicazione: agosto 1993 - p. 163 €. 12,91 -